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Un corpo senza testa

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Non aggiorno questo blog da troppo tempo. La ragione è doppia e incide tanto sulla vita privata che su quella professionale . Dal 2008 lavoro come giornalista freelance.  All’inizio è stato molto esaltante e avevo la sensazione di essermi riappropriata finalmente del mio tempo, esterno ed interno. Quando gli effetti reali della crisi finanziaria hanno iniziato a picchiare giù duro, i collaboratori esterni sono stati i primi a saltare e ho dovuto fare i salti mortali per pagare affitto e bollette: negli ultimi tempi, la situazione economica è peggiorata e per la mia serenità, ho aumentato l’impegno negli altri lavori “di rinforzo”. Quello attuale è di “coffee specialist” in una boutique del caffé dove, per 21 ore a settimana, spiego miscele pregiate di arabica e robusta, i modelli delle macchine e offro caffé in degustazione ai clienti che vengono ad acquistare. Ho ricevuto, così, i miei primi buoni pasto, per la prima volta ho un badge che utilizzo all’ingresso e all’uscita, ...

Cinque grammi di caffé

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Il 1 dicembre la boutique manager mi ha chiamata da parte: "Ho già il tuo Iban?", mi ha chiesto. E io - balbettante - me la sono guardata e "sì, sì ma a che ti serve?". Facciamo sempre domande stupide per prendere tempo. Quando non ci capacitiamo che quella cosa la stanno chiedendo proprio a noi. E' stato così che mi si è aperto un mondo: ogni primo del mese ci sono luoghi i cui dipendenti (e anche i collaboratori occasionali come me) sono retribuiti (r-e-t-r-i-b-u-i-t-i), e questo dato non è opinabile, non scatta su richiesta come riflettevo qui , ma  appartiene alla sfera delle certezze. Una sfera molto ben assortita, a quanto pare: chi lavora in questo posto gode di straordinari pagati, ha diritto ai buoni pasto, può contare su alcune garanzie, granitiche, direi: puntualità estrema nei pagamenti, un buon contratto, diritti rispettati.

Omofobia: nessuna buona notizia

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Prima di visitare il sito dell’Istat per leggere i dati raccolti nell’indagine sulla popolazione omosessuale in Italia, oggi - giornata internazionale contro l’omofobia – commetto l’errore di dare uno sguardo a due articoli di sintesi, rispettivamente su la Repubblica e sul Corriere. La tesi proposta sul quotidiano diretto da Ezio Mauro, sarebbe quella che nelle cifre presentate dall’Istituto di statistica - il campione è di 7725 famiglie italiane distribuite in 600 comuni - si anniderebbero molte buone notizie: una sorta di “narrazione parallela” circa l’esistenza di un sentimento popolare che, pur in assenza di diritti formalmente riconosciuti, appare evoluto e progressista.

Storie di donne

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Ci sono almeno tre donne, ieri, che in piazza non sono riuscite proprio a scendere. Forse, in un’altra vita, avrebbero avuto la forza di manifestare la propria personale, privata, battaglia per i diritti. In realtà, sono donne “sradicate”, fragili. Forse, come e più di tante altre donne: sono Claudia, Alessandra e Roxana. Se parli loro della mobilitazione di ieri, per e di tutte le donne, di coscienza civile, di cultura e diritti, le senti rispondere con un sorriso: “Cosa vuol dire? A me basta vivere serena con la mia famiglia, e non dover temere niente”. Oppure: “Mi sembra inutile: quando ne avrò la forza, magari”.