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Rassodamenti e lettere d'amore

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Ero in piscina oggi. Si sa, non è come al mare: e dopo aver letto giornali-riviste-libri, mi sono messa a guardare gli altri per far scorrere meglio il tempo. Una coppia, in particolare, con due bimbe molto piccole. Osservavo lei-donna-madre-troppo-perfetta-per-essere-vera. Dolcissima, severa il giusto, intelligente a giudicare dalle parole che sceglieva, bella, corpo curato. Lui, affascinantissimo-in-adorazione con voce da doppiatore di film degli anni '30. Per un lungo momento mi faccio invadere dal masochismo e mi soffermo sui particolari fisici di lei: il viso da lontano sembrava anonimo, e invece a ben guardare ha una grazia e un'eleganza reali; il corpo ("ma-come-cavolo-fa-una-perfetta-madre-ad-essere-anche-in-perfetta-forma-fisica-diamine?") è in armonia con il resto: naturale - è quello che mi viene in mente - piacevole, sorridente.

Il sesso (io senza me)

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"Solo quando dormo poco, sono capace di pensieri coraggiosi: perché?". Me lo chiedevo stamattina, al bar, mentre con la coda dell'occhio, scrutavo una coppia sulla quarantina ordinare "cappuccini-e-cornetti-alla-crema-e-crema-e-mele": lei sorridente e con la testa occupata; lui belloccio e altrove. Li guardo: sono piacevoli. Una coppia di corpi al risveglio: corpi che ancora hanno qualcosa da dirsi, mi dico mentre bevo il mio caffè molto macchiato. Sola. Guardo gli altri che, come la "mia" coppia, attraversano lo stesso passaggio mattutino: stanno per essere ma ancora non sono, e trovo che quei minuti, i primi del loro quotidiano stare al mondo, siano i più sensuali, e sciolti, armoniosi e meravigliosamente senza controllo, di tutto il tempo che verrà dopo.

Mia nonna

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Quando mia nonna decise di venire a vivere con noi, io non ne fui felice. Non stava già bene e mi faceva paura la prossimità con la malattia: avevo 12 anni. Divenni molto aggressiva con lei: mi ribellavo alla sua fine, a quell'attesa sofferente, a quella promessa di vuoto a venire. Soprattutto, la sua vita dolorante scombussolava la mia idea di morte, l'unica che avessi sperimentato fino allora: all'epoca, per me la fine era qualcosa di repentino, un trauma che certo non aveva bisogno di annunciarsi, come uno che si chiude la porta alle spalle e va via senza voltarsi. Quello era stato mio padre, 3 anni prima.

Il corpo

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L'altro giorno, in treno, mentre mi godevo la stanchezza per la notte insonne e ragionavo sulla bellezza dello stare al mondo senza, per questo, essere sempre presenti a se stessi, ho visto sfilare per il corridoio, stretto tra le due file di sedili, una madre e una figlia. Si somigliavano molto: stessa paura della realtà, che le faceva muovere con accortezza; identico sguardo un po' perso, di chi vive difendendosi continuamente. Si muovevano con circospezione, attente a non sporcarsi, a scansare gli ostacoli, le persone, il mondo che viaggiava su quello stesso treno. Tutte e due  senza colore, diafane, esili: la figlia, in questo, superava la madre. Era un filo d'erba, con due gambe e due braccia che sembravano non avere spessore. Era ammalata, anoressica.