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Io, un progetto a termine

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Tra qualche giorno mia madre compirà 71 anni. Il suo invecchiare è il principale indicatore anche del 'mio' tempo. Soprattutto della provvisorietà di cui lei è diventata negli anni una testimone muta, perché ha smarrito oramai le parole per spiegarla anche a se stessa. Questa precarietà la porto con me come una colpa: mia madre non la comprende fino in fondo, perché è intrisa di quella tipica, severa, ignoranza di chi ha avuto per una vita il posto fisso, una stabilità scontata, conquistata a ventiquattro anni, prima di essere - nell'ordine - moglie e madre.

La verità in "Sex and the City" (eh sì)

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Avete presente l'episodio di "Sex and the City" in cui la rossa Miranda dice una cosa saggia come potremmo aspettarcela solo dal Dalai Lama? Io credo che la strega di Hansel e Gretel sia stata calunniata: la poveretta si costruisce la casa dei suoi sogni, quando arrivano quei due mocciosi e... cominciano a divorargliela.  L'ho amata Miranda perché - in ritardo rispetto alle mie coeve - mentre mi godevo la replica della serie tv che avevo sempre snobbato (io-sia-maledetta) per invidia e perbenismo, e per un pudore di ritorno un po' malsano, stavo proprio ragionando sulle verità capovolte, e su quanto (e con quale slancio), invece, siamo tutti propensi a credere alle favole: quelle che partono con "C'era una volta" e si chiudono infallibilmente con "...e vissero felici e contenti".

Comunione e autoassoluzione

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Ho dovuto rileggere ben due volte la lettera firmata da Don Julián Carrón, presidente di Comunione e Liberazione, pubblicata ieri, a pagina 11 – con un richiamo in prima, taglio basso – su la Repubblica . Due volte, perché la prima è servita a decodificare il famoso lessico ciellino: se non sei uno di loro è difficile orientarsi tra un “carisma” e una “sequela”; ma se poi pretendi anche di leggere tra le righe, allora devi spenderci un po’ di tempo. Sì, perché la Fraternità risulta assai poco fraterna con chi sta fuori (ma questa non è una novità), tanto che occorrerebbe un piccolo dizionario dei sinonimi e dei contrari, confezionato apposta per chi non è, per l’appunto, “alla sequela di don Giussani” (il fondatore del movimento e candidato alla canonizzazione).

Non importa che sei un cane

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Non importa che sei un cane: quando ti ho visto sparire dietro il viale, all'inseguimento ostinato (come sei tu) di quella dannata macchina, ho pensato che non ti avrei più rivisto. Mi sono messa in macchina, sperando di trovarti nel castagneto vicino, o nella piccola valle che riuscivo a coprire con lo sguardo: non c'eri. Poi, presentimenti e paure hanno avuto la meglio: ti vedevo coricato di lato, tramortito, sulla strada provinciale, tutta curve, che circonda il lago. Quella che, nell'inseguimento insensato della macchina, forse avevi preso. Ho iniziato a singhiozzare: mi sono detta, 'cavolo, non piangevo così - come una bambina - da quando se n'è andato mio padre, sempre per colpa di una macchina che si è schiantata dietro la "curva della morte"'.

Il divieto di pensare in proprio

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Siamo condannati a restare per l’eternità figli della Controriforma? Domanda inquietante. E se lo chiede, più o meno con queste parole, Ermanno Rea, nel suo “La fabbrica dell’obbedienza” (Feltrinelli editori). Il che non significa semplicemente che ci affidiamo ancora alla parola dei papi e delle gerarchie ecclesiastiche, ma che abbiamo una specie di propensione naturale – data dal fatto che “noi siamo le nostre esperienze” – a seguire ciecamente una fede, intesa come visione “autoritativa” delle cose del mondo.

Noi su chi vegliamo?

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Saprete tutti cosa significhi essere invasi, completamente invasi, da una tristezza senza rimedio: sì, credo di sì. Stasera è una di quelle sere: in cui non riesco ad abbandonarmi al sonno per paura di perdere il controllo, in cui non riesco a trovare le parole per nominare la perdita di speranza e la delusione che certe volte provo quando qualcuno mi ricorda che non si può tornare indietro, in cui capisco per un attimo (ma poi lo dimentico) che le soluzioni si trovano solo se si cercano bene e senza auto-indulgenza, e che la difficoltà di vivere blocca fino al punto in cui non si decide di giocare la carta della rivoluzione. Ancora: che perdere si può nella vita, senza che, però, questo significhi morire, non del tutto (solo un poco), e che invece ci sono cose da fare, e che non faremmo fosse per noi, perché chi ci ama non muoia.

Quando l'intimità si ritira

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Da qualche giorno, un pensiero mi insegue. Pignolo, puntuale, di quelli che procurano un fastidioso dolorino alla bocca dello stomaco: che fine fa l'intimità quando smette di esistere? dove si rintana? quale destino la aspetta? Pensateci: non è un sentimento che si trasforma, non è un progetto di vita, non è solo pura emotività. L'intimità è la riconquista di uno stato "originario": quando la vivi con qualcuno ti senti di nuotare con lui nel tuo stesso liquido amniotico, quell'acqua che si trovava nel ventre di tua madre, magicamente in grado di proteggerti dal mondo esterno. Non so cosa ne pensiate, ma per me stare in intimità con qualcuno è un po' come stare in uno stato di grazia: forse, l'unico in grado di farti sperimentare un livello altissimo di libertà, "con" un essere che non sia te stesso.