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Comunione e autoassoluzione

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Ho dovuto rileggere ben due volte la lettera firmata da Don Julián Carrón, presidente di Comunione e Liberazione, pubblicata ieri, a pagina 11 – con un richiamo in prima, taglio basso – su la Repubblica . Due volte, perché la prima è servita a decodificare il famoso lessico ciellino: se non sei uno di loro è difficile orientarsi tra un “carisma” e una “sequela”; ma se poi pretendi anche di leggere tra le righe, allora devi spenderci un po’ di tempo. Sì, perché la Fraternità risulta assai poco fraterna con chi sta fuori (ma questa non è una novità), tanto che occorrerebbe un piccolo dizionario dei sinonimi e dei contrari, confezionato apposta per chi non è, per l’appunto, “alla sequela di don Giussani” (il fondatore del movimento e candidato alla canonizzazione).

Non importa che sei un cane

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Non importa che sei un cane: quando ti ho visto sparire dietro il viale, all'inseguimento ostinato (come sei tu) di quella dannata macchina, ho pensato che non ti avrei più rivisto. Mi sono messa in macchina, sperando di trovarti nel castagneto vicino, o nella piccola valle che riuscivo a coprire con lo sguardo: non c'eri. Poi, presentimenti e paure hanno avuto la meglio: ti vedevo coricato di lato, tramortito, sulla strada provinciale, tutta curve, che circonda il lago. Quella che, nell'inseguimento insensato della macchina, forse avevi preso. Ho iniziato a singhiozzare: mi sono detta, 'cavolo, non piangevo così - come una bambina - da quando se n'è andato mio padre, sempre per colpa di una macchina che si è schiantata dietro la "curva della morte"'.

Il divieto di pensare in proprio

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Siamo condannati a restare per l’eternità figli della Controriforma? Domanda inquietante. E se lo chiede, più o meno con queste parole, Ermanno Rea, nel suo “La fabbrica dell’obbedienza” (Feltrinelli editori). Il che non significa semplicemente che ci affidiamo ancora alla parola dei papi e delle gerarchie ecclesiastiche, ma che abbiamo una specie di propensione naturale – data dal fatto che “noi siamo le nostre esperienze” – a seguire ciecamente una fede, intesa come visione “autoritativa” delle cose del mondo.

Noi su chi vegliamo?

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Saprete tutti cosa significhi essere invasi, completamente invasi, da una tristezza senza rimedio: sì, credo di sì. Stasera è una di quelle sere: in cui non riesco ad abbandonarmi al sonno per paura di perdere il controllo, in cui non riesco a trovare le parole per nominare la perdita di speranza e la delusione che certe volte provo quando qualcuno mi ricorda che non si può tornare indietro, in cui capisco per un attimo (ma poi lo dimentico) che le soluzioni si trovano solo se si cercano bene e senza auto-indulgenza, e che la difficoltà di vivere blocca fino al punto in cui non si decide di giocare la carta della rivoluzione. Ancora: che perdere si può nella vita, senza che, però, questo significhi morire, non del tutto (solo un poco), e che invece ci sono cose da fare, e che non faremmo fosse per noi, perché chi ci ama non muoia.

Quando l'intimità si ritira

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Da qualche giorno, un pensiero mi insegue. Pignolo, puntuale, di quelli che procurano un fastidioso dolorino alla bocca dello stomaco: che fine fa l'intimità quando smette di esistere? dove si rintana? quale destino la aspetta? Pensateci: non è un sentimento che si trasforma, non è un progetto di vita, non è solo pura emotività. L'intimità è la riconquista di uno stato "originario": quando la vivi con qualcuno ti senti di nuotare con lui nel tuo stesso liquido amniotico, quell'acqua che si trovava nel ventre di tua madre, magicamente in grado di proteggerti dal mondo esterno. Non so cosa ne pensiate, ma per me stare in intimità con qualcuno è un po' come stare in uno stato di grazia: forse, l'unico in grado di farti sperimentare un livello altissimo di libertà, "con" un essere che non sia te stesso.

Il “femminicidio” e tutto quello che c’è prima

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È da giorni che ci penso. Da quando, questo femminicidio in corso – come lo chiama Adriano Sofri oggi su la Repubblica – ci “consegna”, ogni due giorni, il corpo ucciso di una donna per mano di un uomo, quasi sempre del suo uomo o dell’ex. Penso a quando ho conosciuto Angela – il nome vero è un altro e non tocca a me dirlo – brillante, bella, sfuggente, ombrosa, lunatica, a un aperitivo con altre amiche. Mentre, nel locale affollatissimo, si ride e si brinda, sperimentando la tipica leggerezza alcolica, Angela fissa come ipnotizzata il telefono che trilla insistente: sms, telefonate, squilli a valanghe. Per un’ora, senza sosta. All’inizio, ignora e sdrammatizza ma poi si adombra, va in bagno e ritorna al tavolo stravolta.

Di calcio e politica

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Non amo il calcio. Nutro tiepide simpatie, puro campanilismo, per il Lecce, e trovo stucchevoli i dibattiti infiniti sulle tattiche messe in campo da questo o quel commissario tecnico. Agli accapigliamenti tra tifosi di squadre diverse, anche amichevoli, reagisco con stupore: mi impressiona sempre quel sovrappiù di passione – verbale e non – che ne viene fuori e dico tutte le volte che andrebbe travasata altrove, nel resto della vita. Ma c’è un momento di una partita di calcio che mi piace e mi emoziona: quando il gioco finisce, e i calciatori che hanno vinto gioiscono e festeggiano la vittoria. A volte compiono gesti belli e forti che, per un attimo, fanno dimenticare l’enorme e scandaloso business che ruota attorno a loro. Io, ad esempio, assisto sempre incantata agli abbracci sportivi tra chi vince e chi perde.