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Dove sono le parole?

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"Se vuoi scrivere, prima devi conquistare la tua solitudine, che è quel luogo senza limiti dove lo scrittore lavora. ... Se vuoi scrivere, non perdere tempo, ma preparati ad affrontare le difficoltà. Se vuoi scrivere cerca nel fondo di te stessa. Se vuoi scrivere devi anteporre questo desiderio a qualsiasi altro interesse. Se vuoi scrivere strappa e strappa ancora quello che hai scritto fino a farti sangue. Se vuoi scrivere, fuggi dal successo facile, non fidarti dei complimenti della gente senza criterio, sii umile, sii paziente, sii perseverante".

Una tranquilla notte di regime

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“È una tranquilla notte di Regime”, inizia a raccontare Stefano Benni nel suo Baol . Non stanchiamoci di ripeterlo anche noi – tutti – “pubblico pagante”, oramai in attesa impaziente di un vero cavaliere (con la “c” minuscola) che, anche senza armatura, ci salvi: dal partito “Forza Gnocca” e dalle stronzate in circolazione, dagli intellettuali alla Giuliano Ferrara, che rilasciano patenti di moralismo a buon mercato, perché siamo noi che non capiamo, noi gli imbronciati, i queruli, i falliti e anche un po’ frigidi; noi gli inutilmente indignati. “Che tristezza!”, esclamano dal canto loro i giornalisti radical-chic alla Giuseppe Cruciani: “ A me gli indignati fanno schifo” . Ha chiosato venerdì scorso nel suo programma “La Zanzara”, su Radio24. Dopo che un’ascoltatrice, più brillante e spiritosa degli altri, ha chiamato in trasmissione per dire: “Berlusconi ha avuto un’intuizione inconscia, di tipo junghiano: siccome ha fondato un partito del cazzo non poteva fare altro ...

Viaggio in Sicilia. Mentre l'Italia affonda

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Attraverso la campagna siciliana in lungo e in largo: vigneti e uliveti. Li seguo fino al mare e poi risalgo la collina. Osservo, presa in ostaggio da una nostalgia resistentissima, e riempio i polmoni di quest'aria odorosa e densa, e la vista di colori che neppure ricordavo esistessero. Poi passo indenne attraverso lo sguardo di facce bruciate che mi osservano scettiche, e la bruttezza delle case abusive, dolorose come un pugno in pieno stomaco. Mi faccio attraversare, a mia volta, dalla sensazione che "sull'isola non è come sul continente": tutto sembra lontanissimo. Soprattutto i racconti della pornografia intercettata di palazzo. Qui, invece, tutto pare esposto. Eppure riesco a cogliere, a ogni angolo, contrada, casa colonica, un segreto che sa essere anche dignitoso e fiero.

Il vento mi prende a schiaffi

La spiaggia è semideserta, con un'ipotesi di sole e un vento che mi schiaffeggia senza tregua, con l'unico vantaggio di farmi restare vigile. In ascolto della voce del mare. Mi vesto, tanto ho freddo: se sopportassi meglio quest'aria aperta, riuscirei a gustarmi la mia pelle che finalmente respira. E invece, devo constatare che ho bisogno di coprirmi. Di mettermi al riparo. Ho voglia di una mediazione che non mi faccia sentire abbandonata a me stessa. In riva al mare. Distesa sul lettino, accanto a un ombrellone inutile, so di essermi circondata da cose rassicuranti: tante cose che stordiscono. Riempiono. Accompagnano. Occupano. Tutto in riva al mare. Così sembra di essere meno sola. Leggo l'ultimo servizio di Fabrizio Gatti sui bimbi chiusi nel centro di accoglienza a Lampedusa. Un ragazzo senegalese pieno di collane di osso e avorio si avvicina. Siede ai piedi del lettino. Scelgo una collana e lui chiede a me da dove venga. Mi fa sorridere: siamo entrambi 'profugh...

Soli

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Ogni tanto mi chiedo cosa possa "misurare" realmente la nostra solitudine; con quale ordine di grandezza siamo in grado di darle un perimetro, immaginarne la profondità, valutarne il peso. Da persone integrate, "accompagnate", socialmente inserite, non riusciamo neppure a pensarci sole. Se non per brevi momenti, a singhiozzo, accidentalmente. La prossimità al mondo, al pezzo di mondo che ci riguarda e che spesso abitiamo come tanti galleggianti privi di corpo, ci trae in inganno: crea in noi l'illusione di "essere con" gli altri. E non solo di passargli accanto.

E basta "fare" i figli!

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Confidare un'inquietudine a chi ci ha generati è un atto totalmente irrazionale: un pregiudizio positivo, colorato di speranza, di vedere accolto e accudito anche il nostro lato oscuro, quello più ignoto e difficile da leggere da parte di chi ci ha fatto dono dell'imprinting originario. E infatti succede che una madre, dopo aver ascoltato, preso nota, elaborato e tremato, a contatto con una tristezza e una stanchezza della figlia - entrambe passeggere, come tutto il resto d'altronde - risponda nell'unica maniera in cui riesce a sentirsi confermata come madre: colei che dal momento stesso in cui ha dato la vita, non può più fare a meno di ripetere all'infinito quel parto.

"Scusate il ritardo"

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Mi sembra di non riuscire a star dietro ai cambiamenti. A tenergli testa, a governarli e neppure a seguirli a distanza. Arrivo sempre dopo, a cose decise, sentimenti provati, appuntamenti mancati, senza neppure chiedere scusa per il ritardo inflitto al mondo. Sono stufa di arrivare dopo, stufa di tutto questo spreco di tempo, terrorizzata all'idea che quando accadrà quello che deve accadere, sarà troppo tardi. Tempo scaduto.