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Il vento mi prende a schiaffi

La spiaggia è semideserta, con un'ipotesi di sole e un vento che mi schiaffeggia senza tregua, con l'unico vantaggio di farmi restare vigile. In ascolto della voce del mare. Mi vesto, tanto ho freddo: se sopportassi meglio quest'aria aperta, riuscirei a gustarmi la mia pelle che finalmente respira. E invece, devo constatare che ho bisogno di coprirmi. Di mettermi al riparo. Ho voglia di una mediazione che non mi faccia sentire abbandonata a me stessa. In riva al mare. Distesa sul lettino, accanto a un ombrellone inutile, so di essermi circondata da cose rassicuranti: tante cose che stordiscono. Riempiono. Accompagnano. Occupano. Tutto in riva al mare. Così sembra di essere meno sola. Leggo l'ultimo servizio di Fabrizio Gatti sui bimbi chiusi nel centro di accoglienza a Lampedusa. Un ragazzo senegalese pieno di collane di osso e avorio si avvicina. Siede ai piedi del lettino. Scelgo una collana e lui chiede a me da dove venga. Mi fa sorridere: siamo entrambi 'profugh...

Soli

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Ogni tanto mi chiedo cosa possa "misurare" realmente la nostra solitudine; con quale ordine di grandezza siamo in grado di darle un perimetro, immaginarne la profondità, valutarne il peso. Da persone integrate, "accompagnate", socialmente inserite, non riusciamo neppure a pensarci sole. Se non per brevi momenti, a singhiozzo, accidentalmente. La prossimità al mondo, al pezzo di mondo che ci riguarda e che spesso abitiamo come tanti galleggianti privi di corpo, ci trae in inganno: crea in noi l'illusione di "essere con" gli altri. E non solo di passargli accanto.

E basta "fare" i figli!

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Confidare un'inquietudine a chi ci ha generati è un atto totalmente irrazionale: un pregiudizio positivo, colorato di speranza, di vedere accolto e accudito anche il nostro lato oscuro, quello più ignoto e difficile da leggere da parte di chi ci ha fatto dono dell'imprinting originario. E infatti succede che una madre, dopo aver ascoltato, preso nota, elaborato e tremato, a contatto con una tristezza e una stanchezza della figlia - entrambe passeggere, come tutto il resto d'altronde - risponda nell'unica maniera in cui riesce a sentirsi confermata come madre: colei che dal momento stesso in cui ha dato la vita, non può più fare a meno di ripetere all'infinito quel parto.

"Scusate il ritardo"

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Mi sembra di non riuscire a star dietro ai cambiamenti. A tenergli testa, a governarli e neppure a seguirli a distanza. Arrivo sempre dopo, a cose decise, sentimenti provati, appuntamenti mancati, senza neppure chiedere scusa per il ritardo inflitto al mondo. Sono stufa di arrivare dopo, stufa di tutto questo spreco di tempo, terrorizzata all'idea che quando accadrà quello che deve accadere, sarà troppo tardi. Tempo scaduto.

Via dall'Italia senza diritti

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In questi mesi di presentazioni e dibattiti su Opus gay, mi sono spesso chiesta come fossi percepita da quel pubblico così coinvolto, attento e da cui, alcune volte, mi sentivo osservata in modo (giustamente) guardingo: mi sembrava che tutti quegli occhi mi rivolgessero un'unica domanda, "che vuoi da noi visto che non puoi capire sul serio, se non dall'esterno, quello che viviamo?". Quel pubblico era per lo più composto da gay e lesbiche. Che, spesso, mi chiedevano la ragione "vera" delle mie inchieste, del mio indagare; mi sembrava diffidente. La mia "verità" non poteva essere spinta più di tanto e, dunque, speravo sempre che potesse essere colta senza tante parole.

Rassodamenti e lettere d'amore

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Ero in piscina oggi. Si sa, non è come al mare: e dopo aver letto giornali-riviste-libri, mi sono messa a guardare gli altri per far scorrere meglio il tempo. Una coppia, in particolare, con due bimbe molto piccole. Osservavo lei-donna-madre-troppo-perfetta-per-essere-vera. Dolcissima, severa il giusto, intelligente a giudicare dalle parole che sceglieva, bella, corpo curato. Lui, affascinantissimo-in-adorazione con voce da doppiatore di film degli anni '30. Per un lungo momento mi faccio invadere dal masochismo e mi soffermo sui particolari fisici di lei: il viso da lontano sembrava anonimo, e invece a ben guardare ha una grazia e un'eleganza reali; il corpo ("ma-come-cavolo-fa-una-perfetta-madre-ad-essere-anche-in-perfetta-forma-fisica-diamine?") è in armonia con il resto: naturale - è quello che mi viene in mente - piacevole, sorridente.

Libera, una sega...

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Da un po' di tempo mi imbatto nella conferma, dolorosa ma lucida, che il massimo di libertà che io riesca a conquistare, è una libertà condizionata, precaria, compromissoria. Minima. Questa evidenza mi fa rabbia e ogni volta mi illudo di poter essere un pizzico più libera della volta prima, solo azzerando i bisogni: scegliendo, non spinta da una fragilità ma sorretta da una forza. Poi, puntualmente (e per fortuna), arriva anche il momento in cui, non sono più libera, ma più saggia sì: succede ogni volta, quando sfuma l'auto-inganno e apro la porta alla verità: quella del momento e con la "v" rigorosamente minuscola! Capisco di essere stata vittima di un delirio e mi faccio tenerezza da sola: non mi arrabbio più con me stessa, perché vedo perfettamente i confini del mio bisogno - quello, appunto, di sentirmi forte e libera da aspettative nei confronti del mondo - e comprendo profondamente quanto possa essere fragile l'idea di esserne sciolti.