venerdì 29 novembre 2013

Ogni cosa ha un prezzo. Anch'io.



Se non vivessimo sempre "schiacciati" sulla terra, vedremmo cose di cui neppure ci accorgiamo.
"Ragionare astronomicamente", diceva l'autore di un testo sull'astronomia recensito, alcune settimane fa, su La Domenica del Sole. Che poi significa cambiare il proprio punto di vista, anche in termini geometrici.

Non è solo uno sforzo culturale, è anche (meglio: prima di tutto) un problema di punto di osservazione: da quale luogo guardi il mondo? In compagnia di chi sei? 

giovedì 11 luglio 2013

Non è il sesso il segreto delle "Cinquanta sfumature"

Ah, finalmente ho letto Cinquanta sfumature di Grigio, quasi tutto d'un fiato, mentre un ritardo per imprecisati "problemi tecnici" prolungava di un paio d'ore il mio già lungo viaggio in treno.
E quando ho capito che avevo sprecato tanto tempo in quella che, con eleganza paradigmatica, una volta arrivata a destinazione, ho definito una "cagata pazzesca" a mia madre che spiava nelle ragioni del mio cattivo umore, avrei voluto schiaffeggiarmi da sola, e in preda a tenaci pregiudizi culturali, mi sono sentita una shampista cretina (ammesso che le shampiste intelligenti scelgano di leggere, piuttosto, Anais Nin).

Insomma, è andata così: cercavo una lettura che mi estraniasse completamente da quella situazione, una lettura lieve e un po' "speziata" che rendesse quella prigionia mobile più tollerabile, e poi vuoi mettere? - mi dicevo - un successo planetario come questo, avrà come minimo un segreto...

Un'amica me ne aveva parlato come di un "Harmony un po' spinto" ma, nonostante la sintesi più educata della mia, non riuscivo a capacitarmi dei 70 milioni di copie vendute nel mondo. Come si spiega un tale successo?, mi chiedevo, visto che di sesso ce n'è in abbondanza in ogni dove...?

Ora, non so cosa ne pensiate voi, ma non è che descrivere, una pagina sì è una no, amplessi più o meno fantasiosi, fa di un romanzo banalotto e scritto in maniera appena passabile (per essere generosi), un romanzo erotico: non funziona così!

Dunque. C'è 'sto tizio milionario, affascinante e fichissimo (che ve lo dico a fa'), che - vittima di abbandono e violenze da piccolo - diventato adulto, riesce a stare al mondo e, dunque, a vivere le relazioni umane, solo esercitando (o credendo di farlo) un costante controllo sulla vita, il tempo, le scelte delle persone con cui si rapporta: i soldi lo aiutano molto, ma i sentimenti (propri e altrui) no.  Quelli sfuggono, sono incontrollabili: cosa resta, dunque? Resta il sesso, l'unico campo in cui è
possibile rivestire fittiziamente ruoli di forza: dominatore e dominata, signore e sottomessa. Solo il sesso, terreno di "giochi" adulti, dove il potere sul corpo dell'altro regala l'illusoria sensazione di poter spostare all'infinito i "limiti" che soffriamo in tutti gli altri altrove, che sono poi i limiti della nostra umanità. Il sesso che, splendidamente, ci fa credere che tutto sia possibile, anche il sogno di entrare davvero nella vita di chi desideriamo, vogliamo,  adoriamo. Amiamo? Possiamo perdere? Forse no.

Ok, fila tutto: in pratica, una storia già vista. Perché tanto successo, allora?
Perché al netto delle vagonate di soldi, del corteggiamento alla Beautiful - tutto champagne, aerei privati e regali costosi - della "stanza delle torture", del sesso bondage, quello che realmente e oltre ogni nostra immaginazione, oggi, è largamente diffuso, per fortuna in forma lieve per i più, è il disturbo psichiatrico di Mr. Grey: il disordine che i manuali definiscono sindrome ossessivo-compulsiva, e che induce a vivere le relazioni, il lavoro, il tempo, il rapporto con il denaro, quello con gli oggetti e con la realtà in generale, seguendo rituali stereotipati, schemi seriali che danno l'illusione di metterci a riparo da paure e nevrosi, ossessioni e fobie di ogni genere. Voi riderete, ma la vera chiave del successo della trilogia sulle 50 sfumature non è l'eros, ancor meno è l'amore, non è il sesso per cui, a un certo punto, finisci col provare persino un po' di nausea.
Quello che spinge a leggere fino all'ultima pagina è la nevrosi: la nevrosi del desiderio per il desiderio, la nevrosi del possesso, la nevrosi del godimento, la nevrosi della conquista. Successo assicurato: perché se non ci decidiamo a curarla, questa maledetta nevrosi, avremo sempre fame di qualcosa che nessuno altro, tranne noi, sarà mai in grado di saziare.


lunedì 3 giugno 2013

Piero, il giardiniere


Piero, giardiniere (segue telefono).
Il biglietto da visita è a caratteri cubitali e finalmente scopro cosa fa nella vita quell’omone gentile che, ogni giorno, incontro durante la passeggiata mattutina con il mio cane.
Non manca mai di fare un cenno di saluto, così, perché in un quartiere come quello in cui vivo, alla fine, si incontrano sempre le stesse persone: facce che ogni giorno finiscono con l’esserti un pochino familiari, facce preoccupate, pensose, facce felici, annoiate, corrucciate. Me le studio tutte, per via di un esercizio automatico che faccio fin da bambina, quando mi raccontavo storie tra me e me, senza principi e principesse, ma popolate da gente come me, normale e sconosciuta.
Quanto a Piero, la sua faccia mi ha subito ispirato simpatia: ogni tanto, entro in un bar che è in piazzetta, e Piero è lì, con la tazzina ormai vuota del caffé bevuto chissà quante ore prima. Solo.
Ha una pancia esagerata ed è vestito con abiti logori ma perfettamente in ordine. Piero è sempre sorridente: un sorriso che nasconde un pensiero (perché, lo sappiamo bene, ci sono anche sorrisi un po’ ebeti).

La grande bellezza

"La grande bellezza" mi ha messo addosso una grande fatica: la fatica di accettare la verità - "Roma mi ha deluso" - e quella di disinnescare il bluff delle parole, dei copioni scritti come a teatro, e recitati tutti i giorni.

La fatica di guardare negli occhi la noia che ci affligge nei rapporti e ogni volta che non abbiamo più occhi per la bellezza che ci circonda.

lunedì 6 maggio 2013

Un corpo senza testa


Non aggiorno questo blog da troppo tempo. La ragione è doppia e incide tanto sulla vita privata che su quella professionale.
Dal 2008 lavoro come giornalista freelance. All’inizio è stato molto esaltante e avevo la sensazione di essermi riappropriata finalmente del mio tempo, esterno ed interno. Quando gli effetti reali della crisi finanziaria hanno iniziato a picchiare giù duro, i collaboratori esterni sono stati i primi a saltare e ho dovuto fare i salti mortali per pagare affitto e bollette: negli ultimi tempi, la situazione economica è peggiorata e per la mia serenità, ho aumentato l’impegno negli altri lavori “di rinforzo”. Quello attuale è di “coffee specialist” in una boutique del caffé dove, per 21 ore a settimana, spiego miscele pregiate di arabica e robusta, i modelli delle macchine e offro caffé in degustazione ai clienti che vengono ad acquistare.
Ho ricevuto, così, i miei primi buoni pasto, per la prima volta ho un badge che utilizzo all’ingresso e all’uscita, una divisa che mi rende pressoché uguale agli altri colleghi, e finalmente uno stipendio che – cascasse il mondo – arriva il 27 di ogni mese.

martedì 26 marzo 2013

I fantasmi come amici

A un certo punto ti svegli, una mattina, e capisci cose contro cui combattevi invano da mesi (anche da anni): come se ti fossero apparse in sogno, durante la notte, in tutta la loro surreale nitidezza. Perché quando pensi, di giorno, a quello che provi, alle relazioni che hai vissuto, a quelle che ancora vivi, tutto si confonde, i confini si accavallano: i sentimenti "pensati" diventano paradossi insostenibili, abitando gli angusti spazi dell'immaginazione e del bisogno.

E allora, ti svegli a un certo punto, e ti sembra di avere in mano un telescopio, capace di frugare nelle stelle più remote, dunque, anche dentro di te.
Quel dolorino - che a principio era una fitta micidiale, poi intermittente, infine, un focolaio ormai spento sebbene alle volte fumante - è sempre, lì, sotto forma di un battito fuori posto, oppure di un respiro affannato. Ma è un dolore, piccolo piccolo, che tipicamente trae origine da un padre che si chiama orgoglio ferito e da una madre che si chiama sospeso (e che per secondo nome fa rimpianto).

martedì 19 marzo 2013

Su Grasso e Boldrini e la retorica del cinismo


Tredicenne, frequentavo assiduamente un gruppo di ragazzi di età diverse: il sabato sera si discuteva di fede e politica, delle nostre vite e del futuro. Una sera, un amico sulla trentina ci annunciò il proprio ingresso nell’allora Partito Popolare, aggiungendo che non escludeva di candidarsi alle vicine elezioni.
A quel tempo, dentro di me, si era fatta largo la convinzione (più che l’idea) di essere comunista. E così, rispondendo a quel mio amico che si aspettava da noi fiducia e incoraggiamento e per cui nutrivo un attaccamento profondo, presi la parola. Dissi che non avrei potuto sostenerlo in quell’impegno, perché sentivo, dal più profondo del cuore, di voler mettermi a servizio dei più deboli, e di voler “entrare a fare politica nel partito comunista”, l’unico che ai miei occhi si battesse per proteggere i più deboli, quelli senza voce, i diseredati.

martedì 19 febbraio 2013

Su Oscar Giannino e un vecchio amore

Conosco Oscar Giannino per averlo osservato, (relativamente) da vicino, nel corso di alcuni anni: tempo fa, lavoravo nella redazione di una piccola rivista moderata e di stampo liberale che collaborava con l'Ibl e lui era, già allora, un punto di riferimento in quell'ambiente. Lo osservavo quando, in abiti eccentrici - da me molto ammirati - veniva ai workshop che organizzavamo: quella scelta di non passare inosservato per i colori e i tessuti indossati, un po' cozzava con il suo modo di fare che mi appariva, al contrario, schivo e "riparato". Questo contrasto, ricordo, mi piaceva moltissimo perché - pensavo - era rivelatore di una forza e, insieme, di una debolezza. E poi perché in un mondo che si sforza, costantemente, di apparire privo di aporie, il più possibile provvisto del marchio di fabbrica, lui esibisce così la propria "stranezza" che è anche estraneità.

domenica 3 febbraio 2013

Sui diritti dei padri: due parole alle donne


Ho diverse amiche che hanno già procreato ed esercitano, molto felicemente, una maternità scrupolosa e amorevole. Aggiungerei anche "consapevole" e, con questo, alludo alla capacità - tutta femminile - di porsi quella domanda in più sulla vita (e se stesse e il partner e il futuro), generalmente, agli uomini assai sgradita. Domanda che, in alcuni casi e a dirla tutta, si risolve in un eccesso di seghe mentali tanto velleitarie quanto inconcludenti.

Portiamo questi figli dentro di noi per nove mesi, custodendoli e preparandoli a venire al mondo, che quando ci sono, quando escono fuori di noi e conquistano - giorno dopo giorno - una loro originalissima fisionomia, allora li vorremmo ricacciare dentro: per proteggerli, per un istinto incontrollabile che ci porta a credere che tutto quello che facciamo per loro, il nostro stesso amore, sia solo  fonte di cose belle, valori positivi, energia vitale.
E, invece, invece così non è. A partire da come consideriamo i nostri compagni (e padri). Sì, proprio gli stessi con cui quei figli li abbiamo desiderati, concepiti e messi al mondo. I padri sono i padri, importanti per carità, ma "il figlio è mio, l'ho fatto io, stavo crepando io di dolori in sala parto, mica lui, io ho più diritti di lui". Queste parole le ho sentite per davvero, da un'amica che attraversa una crisi con il papà di suo figlio. Sono parole venute fuori in un momento di rabbia, forse, ma che mi hanno fatto pensare.