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Visualizzazione dei post da 2011

Il gioco delle somiglianze

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Un vecchietto mi ha fermata per strada stamane. Passeggiavo con il mio cane per le stradine strette vicino casa, attendendo nervosamente che facesse i suoi bisogni alla svelta.
Sulle prime, ero certa volesse rimproverarmi qualcosa: Totò faceva una pipì lunghissima sul lampione riverniciato da poco e l'idea di contribuire a sporcare qualcosa che è di tutti, mi solleva sempre sensi di colpa esagerati. Inutili.
E invece questo signore rugoso mi fa: "Ma lei, signorina, è figlia della buonanima di Enzo?". Io, presa di sprovvista e già pronta alla controffensiva, rispondo - al contrario - indebolita: "Sono io! Lo conosceva?". E lui, un po' commosso: "Sì, era sempre gentile e sorridente: faceva molto bene a tutti". Al che io l'avrei abbracciato a prescindere: per ringraziarlo di avermi offerto un ricordo di mio padre.
Mi sono trattenuta per non metterlo a disagio ma ne ho approfittato: "Come ha fatto a capire che sono sua figlia? Manco da tanti …

A Natale siamo tutti più "chiaviche"

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Ma perché a Natale siamo tutti più depressi o euforici, comunque impressionabili, di certo emotivamente instabili? Chi è in crisi esistenziale, rischia il tracollo definitivo, chi ha subito un abbandono non va lasciato solo neppure mezza giornata, chi è disorientato meglio non si avventuri in territori sconosciuti. È come se, durante le feste, andassimo in giro tutti nudi: e ogni parola, ogni gesto, ogni sorriso o scherzo avessero lo stesso effetto di un calcio in bocca. Così è successo a me: all'inizio ho bellamente ignorato le prime scosse di terremoto.

Sopravvissuta

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Mi siedo al mio posto: 32C, rigorosamente corridoio perché quando volo e c'è brutto tempo, dispero di poter arrivare a destinazione, e mettermi dalla parte del finestrino mi pare autolesionistico.
Sono proprio arrabbiata: sveglia all'alba, tante ore di lavoro e di tensione. Cosenza, poi, è stata particolarmente inospitale oggi. O, forse, ero io a non voler essere accolta.

Insomma, mi siedo al mio posto, incazzata più del solito. Una statua di sale sarebbe stata più espressiva. Immobile, sguardo fisso, non ringhio solo perché non ne ho le energie. Decido di chiudere gli occhi per estromettere la realtà.
A un certo punto, arriva il passeggero di fianco: mi chiede permesso ed io sono costretta ad alzarmi per farlo passare. Non mordo ma potrei.

Il 'fantastico' mondo di Badoo

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All'inizio è stato inebriante: la mia amica M. mi aveva avvisata: "Avrai l'impressione di essere seduta su un trono". Una sensazione strana e artificiale visto che i troni nella vita reale non esistono, se escludiamo quello del cesso.
Insomma, dopo aver opposto una lunga resistenza, ha vinto la curiosità e mi sono iscritta al "fantastico" mondo di Badoo, una delle chat più diffuse, almeno a giudicare dai numeri. Funziona come un social network, con l'esplicito riferimento alla possibilità di incontrare le persone realmente. Per questo, indichi il tuo obiettivo 'badooiano': una cena a lume di candela? un incontro galante? un amico? qualcuno con cui fare shopping? Io ho scelto l'opzione preconfezionata, "vorrei camminare senza destinazione con un ragazzo dai 32 ai 46 anni": mi sembrava quella più fantasiosa (e faticosa!). Dunque, ti crei il tuo profilo, come quello di facebook ma più sintetico. E pubblichi alcune foto.

"Di cosa ha paura?"

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Ho il terrore di ammalarmi. Sono angosciata dall'idea di avere una qualche malattia che non riesco neppure a nominare. E questa sensazione mi blocca, mi toglie il respiro: in alcuni momenti mi sembra che sia solo una questione di tempo. Poi, per andare avanti, rimuovo.

L'altro giorno ho detto al dottore: "Devo dirle una cosa ma mi vergogno". E lui: "Coraggio...". Dopo alcuni minuti di silenzio imbarazzato, ci sono riuscita: "Ho paura di avere qualche male e per non scoprirlo non mi decido ad andare a farmi visitare: ammesso che io non abbia nulla, la mia è ipocondria, ed è pure grave vero?". E lui, con indulgenza: "Di cosa ha paura precisamente? Del dolore, della morte...?". Non ho avuto incertezze nella risposta: "Di stare male, di vivere male il mio tempo, di non averne abbastanza per vivere certe cose, di non poterle più fare. Come posso vincermi?".

Alla peggio..."se famo ddu risate"

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Ben 2.370 persone – tutti uomini? chi lo sa! – su Facebook hanno cliccato “mi piace” dopo aver letto l’articolo firmato da Camillo Langone: “Togliete i libri alle donne e torneranno a far figli”, apparso due giorni fa su Libero. Speriamo si tratti di cifre gonfiate ad arte perché, altrimenti, dovremmo concludere che la madre degli idioti è sempre incinta, motto che calza a pennello con il tema in oggetto. No! Non leggete, ché il vostro tempo è prezioso.

Lentamente muore?

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Quanto mi ha esaltata, negli anni, questa poesia di Martha Medeiros. Quando guardavo negli occhi la resa, a pochi passi da me, mi ritornavano in mente questi versi:

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, 
chi è infelice sul lavoro, 
chi non rischia la certezza per l'incertezza 
per inseguire un sogno, 
chi non si permette almeno una volta nella vita 
di fuggire ai consigli sensati.

Frasi omofobe

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Il primo è stato Antonio Di Pietro a cui, si sa, piace molto parlare per metafore: quando, il 10 novembre scorso, il leader dell’Idv ha preso posizione sul governo Monti, per rappresentare al meglio il proprio pensiero, Tonino ha pescato nel repertorio figurativo di competenza, un’immagine tanticchia omofobica: “Pd e Pdl”, ha ammonito, “dopo uno o due mesi, si accorgeranno che non possono stare insieme, visto che due maschi in camera da letto non fanno figli. Non appena si è reso conto dello scivolone, anche perché intanto fioccavano le proteste dell’associazionismo gay, si è subito scusato, liquidando la propria espressione come “infelice” e “involontaria”.
Il secondo è stato il “Responsabile” Domenico Scilipoti, diventato berlusconiano di ferro dopo essere stato deputato dell’Italia dei Valori.

Vitalizi e...rosicamenti

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Alcuni anni fa, scrivevo per un piccolo periodico di approfondimento: la redazione era composta da una manciata di persone a tempo pieno e, di tanto in tanto, si occupava della raccolta pubblicitaria della rivista una ragazza molto carina, quasi sempre sorridente, sempre indaffarata, che andava e veniva in ore diverse e in modo assai discontinuo: spuntava improvvisamente a metà o a fine giornata per scomparire per giorni, senza farsi raggiungere neppure telefonicamente. A me era molto simpatica: mi piaceva l’idea che dietro la sua leggerezza, quegli abiti femminili e griffati, ci fosse dell’altro. E credevo di scorgerlo nei suoi occhi che diventavano improvvisamente tristi e nelle sue eclissi continue. Quella routine venne rotta un pomeriggio, quando arrivò in redazione un enorme fascio di fiori, a cui noi, ragazze semplici, guardammo con lo stesso sospetto con cui la volpe, nella favola di Fedro, guardava all’uva: disprezzando quello che non avremmo potuto avere. Non er…

Facili generalizzazioni

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Sulla stampa internazionale è tutto un tripudio di commenti all’indomani delle dimissioni di Silvio Berlusconi: su alcuni – per la verità – sarebbe stata auspicabile una sana autocensura. Ad esempio: la Repubblica di oggi, a pagina 16, ci propone un estratto degli sguardi che ci giungono dal mondo in queste ore. E forse perché estremamente condensato, il pensiero di alcuni intellettuali e commentatori esteri sulla capitolazione dell’ex presidente del Consiglio, appare un po’ banale, oltre che arrogante. Tra Bill Emmott, ex direttore dell’Economist e Nicolas Demorand, direttore di Liberation, spunta – in taglio basso, centrale – l’intervento di tale Jane Kramer, corrispondente per l’Europa della prestigiosa rivista Usa, New Yorker.

Lo dovrò dire al mio analista

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Chi ha visto, giovedì sera, il nuovo programma di Michele Santoro “Servizio Pubblico”, avrà anche seguito l’intervista a Chiara Danese, una delle ragazze portate dal direttore del Tg4, Emilio Fede, ai festini di Arcore. Chiara dice di essersi sentita male nell’assistere a spogliarelli e palpeggiamenti, ai corpi seminudi di finte infermiere, tutte lì riunite a celebrare l’impotenza del presidente del Consiglio e a guadagnarsi un posto nella sua tv spazzatura. Chiara non se l’aspettava, ha voluto credere alla versione di una cena elegante a Villa San Martino e, dopo una primo momento di imbarazzo – al prezzo di alcune toccatine sul sedere a cui non ha saputo reagire – ha voluto andar via, accompagnata da un Fede tranquillizzante e falso come un rolex napoletano.

La storia di Nina

Nina ha tre mesi. La prima volta che l’ho “vista”, è stata nel sorriso e nella pancia della sua mamma Isabella, al parchetto dei cani. E nella sua attesa serena e pratica, da “donna del Nord”, mi dicevo a ogni incontro.
Quando è nata Nina, a Brescia, Isabella ha tardato un po’ a darci notizie, nonostante i messaggi di auguri che a turno, noi amici, le mandavamo. Poi, la sua mail: “Nina ha una malattia genetica, non diagnosticata in fase di gravidanza”.
Si tratta di una sindrome rara (colpisce un bambino su 250mila), che si chiama Sindrome Oro-Digito-Facciale di tipo 1 (OFD-I). Questa malattia, letale nei maschi, porta dismorfismi facciali, anomalie del cavo orale, delle dita, e spesso malformazioni cerebrali e rene policistico.

Start

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Quante volte ricominciamo da capo, ripartiamo da zero, facciamo il giro completo, come nel gioco dell'oca, passando da "start"? Quante in una vita? Proprio quando hai la sensazione di aver percorso i chilometri, di aver sudato 77 camicie, di aver versato litri di lacrime e conquistato tantissime lune, proprio in quel momento, improvvisamente, qualcosa o qualcuno ti ricorda che tutto è "passato", trascorso, distante. E tu te lo sei lasciato indietro - è lì, lo vedi - ma non ce l'hai in tasca, non puoi impugnarlo come si impugna un amuleto per trovare la forza. Invece, ti tocca andare avanti, oltre quella montagna: scalarne la vetta, provare fatica, temere di non farcela, e poi - forse - segnare un altro "record" di vita.

Su "Carnage" (e noi)

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Cosa può succedere a due coppie chiuse in un elegante appartamento di New York per sanare una lite violenta avvenuta tra i rispettivi figli undicenni? Di tutto. Nonostante gli sforzi iniziali politicamente corretti conditi da un forzato buonismo. Nonostante il clima molto borghese, fedele alle convenzioni bon ton e affezionato alle ipocrisie sociali. Alla fine succederà di tutto.
Zachary, figlio di un avvocato e di un'intermediatrice finanziaria (Christoph Waltz e Kate Winslet) ha dato una bastonata, rompendogli due incisivi, a Ethan, figlio di una bibliotecaria-scrittrice e un venditore di articoli casalinghi (Jodie Foster e John C. Reilly). Ora tocca ai genitori trovare un accordo accettabile per entrambi.

E la “passeggiata” tra gli indignati è andata a finire “a schifìo”

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Abbiamo incrociato i nostri sguardi per un solo secondo: camminavamo, io e il mio cane, ai lati del corteo che sfilava in quel momento per via Labicana, poco prima che iniziasse la guerriglia urbana. Mi aveva attirata la sua sagoma rotonda, il volto coperto di nero tranne gli occhi: verdi, vitrei. Due fessure che si muovevano a scatti, a una velocità incredibile: era chiaro che l’infiltrato, un black bloc, aveva una soglia di attenzione elevatissima, tipica di chi sta per compiere un’azione importante. Istintivamente ho arretrato per allargare il mio angolo visuale. E ho visto tutto a rallentatore. Insieme a lui, altri incappucciati si muovevano in direzione contraria al corteo: a fare loro da richiamo, lo scoppio – a pochi metri – di una bomba carta. Una specie di segnale: decine di ragazzi si sono staccati dalla folla di manifestanti, e ricoprendosi il volto, si mandavano segnali senza parlarsi.

Dove sono le parole?

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"Se vuoi scrivere, prima devi conquistare la tua solitudine, che è quel luogo senza limiti dove lo scrittore lavora. ... Se vuoi scrivere, non perdere tempo, ma preparati ad affrontare le difficoltà. Se vuoi scrivere cerca nel fondo di te stessa. Se vuoi scrivere devi anteporre questo desiderio a qualsiasi altro interesse. Se vuoi scrivere strappa e strappa ancora quello che hai scritto fino a farti sangue. Se vuoi scrivere, fuggi dal successo facile, non fidarti dei complimenti della gente senza criterio, sii umile, sii paziente, sii perseverante".

Una tranquilla notte di regime

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“È una tranquilla notte di Regime”, inizia a raccontare Stefano Benni nel suo Baol. Non stanchiamoci di ripeterlo anche noi – tutti – “pubblico pagante”, oramai in attesa impaziente di un vero cavaliere (con la “c” minuscola) che, anche senza armatura, ci salvi: dal partito “Forza Gnocca” e dalle stronzate in circolazione, dagli intellettuali alla Giuliano Ferrara, che rilasciano patenti di moralismo a buon mercato, perché siamo noi che non capiamo, noi gli imbronciati, i queruli, i falliti e anche un po’ frigidi; noi gli inutilmente indignati.
“Che tristezza!”, esclamano dal canto loro i giornalisti radical-chic alla Giuseppe Cruciani: “A me gli indignati fanno schifo”. Ha chiosato venerdì scorso nel suo programma “La Zanzara”, su Radio24. Dopo che un’ascoltatrice, più brillante e spiritosa degli altri, ha chiamato in trasmissione per dire: “Berlusconi ha avuto un’intuizione inconscia, di tipo junghiano: siccome ha fondato un partito del cazzo non poteva fare altro che …

Viaggio in Sicilia. Mentre l'Italia affonda

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Attraverso la campagna siciliana in lungo e in largo: vigneti e uliveti. Li seguo fino al mare e poi risalgo la collina.
Osservo, presa in ostaggio da una nostalgia resistentissima, e riempio i polmoni di quest'aria odorosa e densa, e la vista di colori che neppure ricordavo esistessero. Poi passo indenne attraverso lo sguardo di facce bruciate che mi osservano scettiche, e la bruttezza delle case abusive, dolorose come un pugno in pieno stomaco. Mi faccio attraversare, a mia volta, dalla sensazione che "sull'isola non è come sul continente": tutto sembra lontanissimo. Soprattutto i racconti della pornografia intercettata di palazzo. Qui, invece, tutto pare esposto. Eppure riesco a cogliere, a ogni angolo, contrada, casa colonica, un segreto che sa essere anche dignitoso e fiero.

Il vento mi prende a schiaffi

La spiaggia è semideserta, con un'ipotesi di sole e un vento che mi schiaffeggia senza tregua, con l'unico vantaggio di farmi restare vigile. In ascolto della voce del mare. Mi vesto, tanto ho freddo: se sopportassi meglio quest'aria aperta, riuscirei a gustarmi la mia pelle che finalmente respira. E invece, devo constatare che ho bisogno di coprirmi. Di mettermi al riparo. Ho voglia di una mediazione che non mi faccia sentire abbandonata a me stessa. In riva al mare. Distesa sul lettino, accanto a un ombrellone inutile, so di essermi circondata da cose rassicuranti: tante cose che stordiscono. Riempiono. Accompagnano. Occupano. Tutto in riva al mare. Così sembra di essere meno sola. Leggo l'ultimo servizio di Fabrizio Gatti sui bimbi chiusi nel centro di accoglienza a Lampedusa. Un ragazzo senegalese pieno di collane di osso e avorio si avvicina. Siede ai piedi del lettino. Scelgo una collana e lui chiede a me da dove venga. Mi fa sorridere: siamo entrambi 'profug…

Soli

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Ogni tanto mi chiedo cosa possa "misurare" realmente la nostra solitudine; con quale ordine di grandezza siamo in grado di darle un perimetro, immaginarne la profondità, valutarne il peso.
Da persone integrate, "accompagnate", socialmente inserite, non riusciamo neppure a pensarci sole. Se non per brevi momenti, a singhiozzo, accidentalmente. La prossimità al mondo, al pezzo di mondo che ci riguarda e che spesso abitiamo come tanti galleggianti privi di corpo, ci trae in inganno: crea in noi l'illusione di "essere con" gli altri. E non solo di passargli accanto.

E basta "fare" i figli!

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Confidare un'inquietudine a chi ci ha generati è un atto totalmente irrazionale: un pregiudizio positivo, colorato di speranza, di vedere accolto e accudito anche il nostro lato oscuro, quello più ignoto e difficile da leggere da parte di chi ci ha fatto dono dell'imprinting originario.
E infatti succede che una madre, dopo aver ascoltato, preso nota, elaborato e tremato, a contatto con una tristezza e una stanchezza della figlia - entrambe passeggere, come tutto il resto d'altronde - risponda nell'unica maniera in cui riesce a sentirsi confermata come madre: colei che dal momento stesso in cui ha dato la vita, non può più fare a meno di ripetere all'infinito quel parto.

"Scusate il ritardo"

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Mi sembra di non riuscire a star dietro ai cambiamenti. A tenergli testa, a governarli e neppure a seguirli a distanza. Arrivo sempre dopo, a cose decise, sentimenti provati, appuntamenti mancati, senza neppure chiedere scusa per il ritardo inflitto al mondo. Sono stufa di arrivare dopo, stufa di tutto questo spreco di tempo, terrorizzata all'idea che quando accadrà quello che deve accadere, sarà troppo tardi. Tempo scaduto.

Via dall'Italia senza diritti

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In questi mesi di presentazioni e dibattiti su Opus gay, mi sono spesso chiesta come fossi percepita da quel pubblico così coinvolto, attento e da cui, alcune volte, mi sentivo osservata in modo (giustamente) guardingo: mi sembrava che tutti quegli occhi mi rivolgessero un'unica domanda, "che vuoi da noi visto che non puoi capire sul serio, se non dall'esterno, quello che viviamo?".
Quel pubblico era per lo più composto da gay e lesbiche. Che, spesso, mi chiedevano la ragione "vera" delle mie inchieste, del mio indagare; mi sembrava diffidente. La mia "verità" non poteva essere spinta più di tanto e, dunque, speravo sempre che potesse essere colta senza tante parole.

Rassodamenti e lettere d'amore

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Ero in piscina oggi. Si sa, non è come al mare: e dopo aver letto giornali-riviste-libri, mi sono messa a guardare gli altri per far scorrere meglio il tempo.
Una coppia, in particolare, con due bimbe molto piccole.
Osservavo lei-donna-madre-troppo-perfetta-per-essere-vera. Dolcissima, severa il giusto, intelligente a giudicare dalle parole che sceglieva, bella, corpo curato. Lui, affascinantissimo-in-adorazione con voce da doppiatore di film degli anni '30.

Per un lungo momento mi faccio invadere dal masochismo e mi soffermo sui particolari fisici di lei: il viso da lontano sembrava anonimo, e invece a ben guardare ha una grazia e un'eleganza reali; il corpo ("ma-come-cavolo-fa-una-perfetta-madre-ad-essere-anche-in-perfetta-forma-fisica-diamine?") è in armonia con il resto: naturale - è quello che mi viene in mente - piacevole, sorridente.

Libera, una sega...

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Da un po' di tempo mi imbatto nella conferma, dolorosa ma lucida, che il massimo di libertà che io riesca a conquistare, è una libertà condizionata, precaria, compromissoria. Minima. Questa evidenza mi fa rabbia e ogni volta mi illudo di poter essere un pizzico più libera della volta prima, solo azzerando i bisogni: scegliendo, non spinta da una fragilità ma sorretta da una forza. Poi, puntualmente (e per fortuna), arriva anche il momento in cui, non sono più libera, ma più saggia sì: succede ogni volta, quando sfuma l'auto-inganno e apro la porta alla verità: quella del momento e con la "v" rigorosamente minuscola! Capisco di essere stata vittima di un delirio e mi faccio tenerezza da sola: non mi arrabbio più con me stessa, perché vedo perfettamente i confini del mio bisogno - quello, appunto, di sentirmi forte e libera da aspettative nei confronti del mondo - e comprendo profondamente quanto possa essere fragile l'idea di esserne sciolti.

Il gatto e il topo

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Nella mia casa leccese, vivono un gatto e un criceto. Li osservo a lungo, mentre il primo fissa immobile il secondo, sempre in gabbia. Questo istinto cacciatore mi mette angoscia e rabbia: non può essere solo per un topo bianco tutto questo sovrappiù di pietà, mi dico.
E collego: penso agli uomini-gatto e a quelli-topo; a chi è sempre a caccia e a chi è eternamente braccato. In comune hanno che entrambi sono drasticamente soli. E le solitudini si assomigliano tutte, almeno un po'.

Il sesso (io senza me)

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"Solo quando dormo poco, sono capace di pensieri coraggiosi: perché?".
Me lo chiedevo stamattina, al bar, mentre con la coda dell'occhio, scrutavo una coppia sulla quarantina ordinare "cappuccini-e-cornetti-alla-crema-e-crema-e-mele": lei sorridente e con la testa occupata; lui belloccio e altrove. Li guardo: sono piacevoli. Una coppia di corpi al risveglio: corpi che ancora hanno qualcosa da dirsi, mi dico mentre bevo il mio caffè molto macchiato. Sola.
Guardo gli altri che, come la "mia" coppia, attraversano lo stesso passaggio mattutino: stanno per essere ma ancora non sono, e trovo che quei minuti, i primi del loro quotidiano stare al mondo, siano i più sensuali, e sciolti, armoniosi e meravigliosamente senza controllo, di tutto il tempo che verrà dopo.

Mia nonna

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Quando mia nonna decise di venire a vivere con noi, io non ne fui felice. Non stava già bene e mi faceva paura la prossimità con la malattia: avevo 12 anni. Divenni molto aggressiva con lei: mi ribellavo alla sua fine, a quell'attesa sofferente, a quella promessa di vuoto a venire.
Soprattutto, la sua vita dolorante scombussolava la mia idea di morte, l'unica che avessi sperimentato fino allora: all'epoca, per me la fine era qualcosa di repentino, un trauma che certo non aveva bisogno di annunciarsi, come uno che si chiude la porta alle spalle e va via senza voltarsi. Quello era stato mio padre, 3 anni prima.

"Alzati che si sta alzando la canzone popolare"

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Diceva Georges Bataille, “La messa a morte del re è la più grande affermazione della sovranità”. E dal momento che in politica si può morire in molti modi (pur rimanendo vivi) e che la sovranità è una categoria che andrebbe “smontata” semanticamente, più che di regicidio – oggi – possiamo parlare di sostituzione: di un soggetto in crisi di sovranità – la classe politica – con un altro che fino a ieri appariva semi-dormiente, apatico, “senza testa”: i cittadini. Milioni di cittadini, più precisamente: che, sì, sarebbero potuti andare al mare come invitava a fare il governo; per i quali, è vero, sarebbe stato più naturale e semplice fare spallucce al solito (rassicurante) pensiero qualunquista, “tanto va tutto a puttane come sempre”; ma che, invece, hanno scelto l’esercizio della sovranità senza intermediari, hanno detto finalmente sì a un diritto che da sedici anni era stato di fatto svuotato e hanno deciso attraverso il ricorso a uno strumento di “democrazia diretta” come i referendum…

A occhi alti

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Tanto tempo fa, mi capitava di camminare per strada, facendo lunghi chilometri a piedi. Allora, ero ancora in Puglia e lì non è come in città: nei paesi, esiste l'idea che solo quelli un po' matti girovagano senza sosta né meta. Me lo disse, un giorno, in dialetto anche mia madre: "Ma camini comu li pacci?". Oggi so di aver deciso, in quel preciso momento, che da quel posto che amavo molto, sarei dovuta andar via.

La libertà non è star sopra un albero (a proposito di Santoro)

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Finalmente Michele Santoro è fuori dal servizio pubblico e il giovedì, potrò stordirmi – senza fastidiosi sensi di colpa – con la mia serie tv preferita, “The disperate housewives” che, con perfetta sincronia, la terza rete mandava in onda da alcuni mesi a questa parte. Mi mancava il Santoro che se ne “fotte”, e che – sempre fottendosene – non resta dove non è voluto, non continua a cercare le parole più adatte per mandarla a dire e non indulge a spiegazioni verbose alla ricerca di un compromesso impossibile. Impossibile perché l’esercizio del sacrosanto diritto di critica – sacrosanto per ciascun uomo libero, indipendentemente da quale parte politica voti – diventa premessa indispensabile allo svolgimento della professione giornalistica: perché in assenza di questa condizione, tecnicamente, non sei giornalista ma – nell’ordine – portavoce, portaborse, addetto stampa, portantino, assistente alla regia. Altro, insomma.

Il corpo

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L'altro giorno, in treno, mentre mi godevo la stanchezza per la notte insonne e ragionavo sulla bellezza dello stare al mondo senza, per questo, essere sempre presenti a se stessi, ho visto sfilare per il corridoio, stretto tra le due file di sedili, una madre e una figlia. Si somigliavano molto: stessa paura della realtà, che le faceva muovere con accortezza; identico sguardo un po' perso, di chi vive difendendosi continuamente. Si muovevano con circospezione, attente a non sporcarsi, a scansare gli ostacoli, le persone, il mondo che viaggiava su quello stesso treno. Tutte e due  senza colore, diafane, esili: la figlia, in questo, superava la madre. Era un filo d'erba, con due gambe e due braccia che sembravano non avere spessore. Era ammalata, anoressica.

The day after su Libero e il Giornale

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È stranamente lieve leggere il Giornale e Libero “the day after”. E un’esperienza anche un po’ comica. Non solo per la consueta metanarrazione proposta ai lettori, della disfatta elettorale del centrodestra: ma soprattutto per le rispettive scelte iconografiche, di sicuro impatto emotivo. Una roba da spedire le “sciure” milanesi al pronto soccorso più vicino (in codice rosso). Così, la prima pagina del foglio berlusconiano, diretto da Sallusti, ospita in primo piano una sventolante e gigantesca bandiera con Che Guevara (sottotitolo obbligato: “Hasta la victoria siempre”) che copre quasi completamente, ma non abbastanza, il duomo di Milano: un contrasto che, immaginiamo, abbia provocato vere crisi di panico misto a terrore agli aficionados conservatori della “Madunina”.

Noi siamo noi e voi non siete un...

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Guardate questo spot confezionato dalla Lega in vista del ballottaggio milanese di domenica prossima. Una donna e un ragazzo chiacchierano seduti su una panchina, dietro di loro una cornice di casette contornate di verde, da periferia metropolitana. I due scorrono, con il disprezzo riservato alle grandi occasioni, i punti del programma “del Pisapia”, ribattezzato il “sindaco degli stranieri”. Lo fanno scegliendo il perimetro semantico tipico della Lega: ristretti orizzonti e zero ossigeno. Così, finirà che “Milano non sarà più famosa per la Madonnina” ma per la discesa dei nuovi barbari che avranno la cittadinanza e “vedrai che guideranno anche i tram”. Al posto dei milanesi, naturalmente (le due cose non possono essere concomitanti, a quanto pare). E i “rom”? Per “quelli là”, gli “amici” del candidato sindaco del centrosinistra, scatterebbe la “legalizzazione delle case abusive” (tradotto nel mondo inurbato si tratta di autocostruzione, esperienza conosciuta e praticata…

(Uomini) che odiano le donne

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Se c'è un universo che conoscevo poco e male, è sempre stato quello femminile. E se c'è, invece, una porzione di mondo in cui oggi sono immersa, questa è fatta di donne. Di sole donne.
Per anni, ci siamo guardate di traverso, collegate da un sentimento di reciproca diffidenza. Io, comodamente seduta su una rete di rapporti maschili, mi trovavo meglio a giocare a guardie e ladri che non con le bambole. E sono venuta su molto rudemente, a discapito di una certa malizia, tuttora acerba: il ritardo accumulato è difficilmente colmabile, ormai. E dunque, il destino (inevitabile) è un presente molto in stile 'Desperate housewives': meno glamour ma anche meno "desperate": normale insomma.
Se non fosse che, ogni tanto, inciampo in qualche storia che mi smaschera, mi mette all'angolo e svela tutta la mia inadeguatezza.

Il segreto delle "Casalinghe disperate"

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Ci pensavo oggi. Non mi era mai successo: con nessun programma, talk-show, serie televisiva o reality. Mi viene in mente già dal mattino, appena sveglia. Poi durante il giorno, quando mi capita di fare una cosa particolarmente pallosa: basta che mi dica, "stasera ci sono loro, e sorrido. Come tanti anni fa, a scuola, quando il pensiero correva alla puntata del pomeriggio di Mimì Ayuara: ed ero subito in attesa emozionata. Un chiaro caso di regressione, che irrompe, tra l'altro, alla fine di ogni puntata: l'idea di attendere un'altra settimana prima di rientrare nuovamente in Wisteria Lane, mi risulta tanto insopportabile da reggere, che me ne sto in silenzio sul divano. Solo alcuni minuti: il tempo necessario a rientrare nei ranghi, e credere di poter fare a meno di quella fantastica finzione.

Ma la Costituzione è eterosessuale?

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Non c’è dubbio, per il sottosegretario Carlo Giovanardi. La nostra Costituzione è eterosessuale. Indignato per l’offesa arrecata alla Carta fondamentale da una pacifica pubblicità di Ikea, rea di essere troppo europea e gay friendly, Giovanardi cita – risentito – l’articolo 29 della Carta fondamentale: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”.Il fu democristiano, oggi di stretta osservanza berlusconiana, è recidivo: tutte le volte che fa outing sulle questioni che gli stanno più a cuore – memorabile, per l’umana pietas, quello su Stefano Cucchi, accusato di essere “morto perché anoressico, drogato e sieropositivo” – utilizza come corpo contundente la propria delega alle politiche per la famiglia, al contrasto delle tossicodipendenze e al servizio civile. E l’adesione al cattolicesimo come “bomba intelligente” da lanciare contro gli infedeli.

"Todo cambia" nel film di Moretti

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Avevo paura di andare a vedere "Habemus Papam": nutrivo un'aspettativa altissima e ho commesso l'errore di leggere recensioni, commenti e sconclusionati appelli al boicottaggio che mi hanno inutilmente appesantita. In realtà, il film è lieve e sorridente, e ti fa entrare dentro di sé senza forzature e con ritmo. Sono grata a Moretti, intanto, per "Todo cambia" cantata da Mercedes Sosa (che riascolto mentre scrivo queste righe) e colonna sonora di uno dei più bei momenti del film: il testo del musicista cileno Julio Numhauser cattura perfettamente quel particolare movimento che fa la vita quando si sente messa all'angolo. Incastrata.

L’Italia non è la Kirghisia, nonostante Tremonti

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“Il lavoro mi perseguita, ma io sono più veloce”, ripete Lupo Alberto, il protagonista scansafatiche della striscia creata da Silver. Eppure il ministro Tremonti non l’ha citato quando da Washington – a margine dei lavori del Fondo monetario internazionale – ha rispolverato con la consueta e appuntita enfasi delle grandi occasioni, un classico come la disoccupazione giovanile. Era successo già due anni fa, quando ci toccò assistere, increduli, all’elogio del posto fisso. Questa volta, se possibile, l’inquilino di via XX settembre ha osato di più, avvalendosi di un nuovo strumento retorico, quello dell’“immigrato prêt à porter”: dove è possibile, meglio respingere il clandestino, altrimenti si può sempre utilizzarlo a guisa di comoda statistica per giustificare politiche fallimentari e obiettivi mancati.

"Restiamo umani" da Vik

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Leggo da stamattina il blog di Vittorio Arrigoni, ucciso in questa guerra assurda e vecchia, in cui il mondo intero pretende di separare chi ha torto da chi ha ragione, come si fa con il grano dal loglio. E, forse, c'è solo qualcuno che ha più torto di un altro. Forse: lo dico sottovoce, certa di non comprendere, di non vedere, di non sapere tutto. Sostengo, però, l'idea autenticamente umana e profondamente "carnale" del prendere parte, aderire a una causa,  interpretarne le istanze e condividerne gli obiettivi. E' anche, nel senso più originario del termine, una scelta "politica".

"Come stai?" "Male, grazie"

Penso che abbiamo un problema con il mondo: un problema di "contatto". Non so se questo problema sia  prima "privato" e poi "pubblico" o viceversa. Ma succede esattamente come quando telefoni e non prendi la linea: tutte le domande restano dentro di te e, soprattutto, non saprai mai quali risposte ti avrebbe dato chi stavi cercando. E' deprimente.
Non so voi ma io sento fortissimo questo malessere. Credo sia indotto dal clima intorno a me, da questa mancanza di ossigeno, e di spazio, e di domande non poste. Non mi aspetto che sia Tremonti a chiedermi di cosa abbia bisogno, ma almeno i miei pari sì. "Come stai?", "Male grazie": nessuno me lo chiede più. Soprattutto, facendomi anche il regalo di fermarsi ad ascoltare la mia risposta.

Debiti e abbracci

Ci siamo incontrate per strada, come accade quasi ogni giorno da un paio d'anni: io e il mio cane, lei e il suo. Sempre un sorriso, due chiacchiere sulla "community" di amici a quattro zampe, e via.
Oggi aveva l'aria imbarazzata. E l'espressione di chi vorrebbe dire ma non riesce a trovare le parole. Le chiedo se vuole bere un caffè insieme e mi risponde che "sì, ne ha proprio bisogno".
Ci sediamo sotto il gazebo del baretto di periferia: i cani stesi al riparo del tavolino, a dividersi lo stesso cono d'ombra; noi impegnate a prender tempo, separate da quel corposo imbarazzo tipico del "momento prima".
Le sue lacrime sciolgono il nostro torpore e gli danno calore, gli imprimono una direzione. Alla fine, lasciano anche spazio alle parole.

Riti

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Ognuno ha in tasca i propri riti di ringraziamento: generalmente sono segreti e restano ben nascosti agli occhi del mondo. Che comunque non saprebbe come leggerli: servono a segnare il passo e andare avanti, quando prima tutto tirava indietro, a trovare finalmente un briciolo di forza, quando ancora mancano le energie. A relativizzarsi anche.
Sono parole (poche) e gesti (appena accennati), che rivolgiamo solo a noi stessi: riescono a fermare proprio quel momento lì, a ringraziare qualcuno che era assente da troppo tempo, a promettere solennemente a se stessi che "la prossima volta ci crederò di più e non di meno", a giurarsi che "non mi siederò più sulle cose tanto a lungo", e che "non ripeterò come un mantra, il lamento dell''ho sbagliato tutto' o - in alternativa -  del 'cosa ho fatto per meritarmi tutta questa sfiga?'".

Escort

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Anni fa lavoravo in un posto dove avvenivano interessanti giochi di prestigio. Una collega, chiamiamola 'freelance', scompariva per giorni. Anche un'intera settimana: cellulare irraggiungibile, persone che la cercavano in ufficio invano, nessuna spiegazione. Né prima né dopo. Riappariva con grande disinvoltura, come fosse uscita dalla porta per una decina di minuti, giusto il tempo di caffè e sigaretta: quasi sempre abbronzata, perfetta, magrissima e attillata.

KmZero Road: la strada come fonte di energia

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Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati.

Dove andiamo?
Non lo so, ma dobbiamo andare.


Quale strada italiana di oggi avrebbe ispirato le pagine del leggendario romanzo “On the road” a Jack Kerouac? E il suo desiderio di andare senza meta sarebbe stato tanto potente sulla nostra Salerno-Reggio Calabria? Probabilmente no.
Anche se prendessimo in considerazione “le strade più nuove e attualmente in costruzione”, spiega Giulio Ceppi - architetto e designer nonché docente al Politecnico di Milano – “scopriremmo che queste sono realizzate male perché il business consiste proprio nel rifarle continuamente”. Non solo. Da noi, un’esperienza on the road sarebbe assai dispendiosa: “Un esempio è la famosa Pedemontana”, prosegue Ceppi, “che, come tutte bretelle stradali in cantiere, saranno percorribili dai cittadini solo a pagamento. Con la conseguenza che il traffico sarà sì più fluido, ma questo vantaggio si tradurrà in un costo per l’intera comunità”.

Sedotta

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Lo ammetto: sono entrata nel Mc Donalds di periferia, già in preda a sensi di colpa e seghe salutiste il cui assalto ho bellamente ignorato. Chiaro che c'era un prezzo da pagare: mi sarei mantenuta leggera, evitando la coca-cola e optando per un Chicken wrap e patatine medie. Un compromesso a perdere.
Seduta stretta tra una coppia di ragazzini delle medie che si baciava con un impeto eccezionale e una famigliola un po' triste, non l'ho notata subito.

Di ulivi e famiglie

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La mia famiglia vive all'ombra degli ulivi.
Quando, anni fa, andai via da lei, sapevo che sarebbe stato per sempre, anche se ad alta voce ripetevo "per ora".
Il tempo mi aspetta a casa e solo qui: ogni volta che torno, come in questi giorni, ripristino il contatto con il tempo che passa. Solo qui lo "misuro": perché rallenta fino a fermarsi. E si fa cogliere.
Ne vedo i segni: lo leggo sul viso di mia madre, nella lentezza di gesti che un tempo erano lesti, lo rintraccio negli sguardi bassi dei miei nipoti, per l'emozione e per quella speciale timidezza dei bambini. Che li assale quando gli adulti si assentano a lungo e vorrebbero, al ritorno, ristabilire un contatto, abbracciare i loro corpi come se nulla fosse.

Un teologo (amico) su De Mattei: "Che fede è la sua"?

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Va bene. Abbiamo capito che il vicepresidente del Cnr, Roberto De Mattei, quando parlava a Radio Maria di terremoto e tsunami, definendoli "una voce terribile ma paterna della bontà di Dio", citava solo uno scritto del 1911 di monsignor Mazzella, arcivescovo di Rossano Calabro, che negli stessi termini commentava il terremoto di Messina del 1908. Ma a chi, oggi, alza il ditino per difendere, non tanto l'uomo, quanto la libertà di espressione e quella religiosa (e chissenefrega della scienza), risponderei con le parole che un teologo amico - che scrive tra l'altro su un giornale "conservatore" - mi ha inoltrato per email quando gli ho chiesto un parere a commento.

Può succedere che...

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L’altra sera, ero in metro, come al solito seduta nell’ultima carrozza semivuota. Eravamo solo io e un’altra ragazza di fronte a me. Lei piangeva come se fosse invisibile e non temesse sguardi indiscreti. A tratti singhiozzava.
Anni fa, successe anche a me, mentre ero in un autobus stracolmo: un dolore prepotente non è mai schivo. Se ne fotte di trovare luoghi e tempi opportuni ed esce fuori quando gli pare. Ricordo che in quel momento, avrei voluto che si spalancasse, sotto di me, una botola, per scomparire e togliere dall’imbarazzo me e il mio ‘pubblico’.

Noi e "Il cigno nero"

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Mentre vedevo 'Il cigno nero' - film intenso e sensuale del newyorkese Darren Aronofsky - ho pensato che la lotta ingaggiata da Nina, ballerina del New York City Ballet, con il proprio corpo e con se stessa, riguardasse anche me. E tutti, in misura diversa.

CommonGoods.net, l'altra economia

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Il sistema è piuttosto semplice e la logica è quella tipica dei social network più diffusi, come Facebook: la condivisione di informazioni che crea un “sapere” e, dunque, una comunità di utenti-consumatori che fanno rete. La piattaforma su cui si sviluppa “CommonGoods” è gratis, dunque, accessibile a tutti: un motore di ricerca permette di verificare se, in una determinata area, esista o meno quel prodotto che cerchiamo – e, dunque, il business ad esso collegato – e sulla base dei risultati della ricerca, un’impresa già esistente è in grado di migliorare la conoscenza di un determinato territorio (in cui opera o vorrebbe operare): i suoi bisogni, le opportunità, gli operatori in campo.

Il vecchio e il cane (di nome Avvocato)

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Ogni volta che lo vedevo da lontano, cambiavo marciapiede: quel vecchio un po' tonto e il suo cane nero non mi andavano molto a genio. E per di più, mi attaccava un bottone che non la finiva mai.
"Signorina, il suo cane è buono? No, perché il mio quando era giovane era temuto da tutti. Tutti lo rispettavano. E sa come si chiama? Avvocato!". E io, quando non potevo proprio farne a meno, fingevo stupore, per regarargli un po' di soddisfazione: "Ma davvero? Si chiama proprio Avvocato?". E il vecchio, con orgoglio, invariabilmente rispondeva: "Sì, tutti conoscono Avvocato: tutti gli vogliono bene, ora che è vecchio come me".

Gli occhi del mondo

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La cosa che mi mancherà di più di questi giorni da commessa, saranno gli occhi degli altri.
Mi erano già mancati molto nel lavoro solitario di scrittura dei mesi scorsi. Tanto che mi sforzavo di immaginarli, di inventarmeli anche, ogni volta che potevo: in ogni telefonata, mail, chat che mi metteva in collegamento con il mondo, lì fuori.

Le finte autoreggenti

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Oggi, al negozio, sono entrate due ragazze giapponesi: la Canon al collo, si guardavano intorno, come in punta di piedi. Loro non toccavano la merce esposta: si limitavano a sfiorare appena i campioni delle calze colorate e leggere, appesi agli alberelli di metallo.
Sorridevano e si sussurravano delle cose: appena entrate, la signora - certa della barriera linguistica che la separava da loro - mi ha detto a voce alta, "tranquilla, tanto queste non comprano niente", come se fossero state due fantasmi".