martedì 23 novembre 2010

“100 giorni sull’Isola dei cassintegrati”, storie collettive di resistenza precaria

La presentazione del libro "100 giorni sull’isola dei cassintegrati" – organizzata dalla casa editrice Il Maestrale e dal collettivo Api Operaie – inizia con un’attesa di 45 minuti, rotta dalle parole imbarazzate della moderatrice: “Susanna Camusso non può più venire, non fa in tempo”. La ragione, si scusa la nuova segretaria della Cgil in un messaggio, sono i preparativi in vista della grande manifestazione del prossimo 27 novembre. Organizzata “per i giovani e per il lavoro”. Salta anche, all’ultimo momento, il previsto intervento via skype dell’economista Loretta Napoleoni. Restano solo i lavoratori, dunque, a rappresentare se stessi e le proprie istanze, dietro quel tavolo che li separa dal resto della sala, la bella aula magna della Chiesa valdese romana: soli come sempre, almeno in questi mesi di trattative, di lotte per conservare il posto, di vertenze. Ci sono Pietro Marongiu, operaio Vinyls, Alessandra Carnicella, lavoratrice ex Eutelia, Claudia Bernardi, dottoranda precaria de La Sapienza. Ci sono anche Rossella Muroni, direttrice generale Legambiente, insieme, s’intende, all’autrice sassarese Silvia Sanna: ciascuno a raccontare una storia collettiva di cassintegrazione. E di disagio psicologico e materiale: che sceglie nuove forme per comunicarsi. Come gli operai della Vinyls (ex Enichem, di Porto Torres), che si sono autoreclusi da 268 giorni nell’ex supercarcere dell’Asinara. Lo stesso penitenziario dove è stato detenuto il boss mafioso Totò Riina e dove i giudici Falcone e Borsellino prepararono gli atti del maxi processo a Cosa Nostra. Una sorta di isolamento volontario che nasce (lo scorso 24 febbraio) per fare il verso - contrappunto critico e amaro - al famoso reality televisivo, “L’isola dei famosi”: lavoratori come tutti noi che scelgono di dormire per 268 notti in celle gelate, per sollecitare una risposta dalla politica, per far drizzare le antenne a chi, oramai, conosce solo i linguaggi della così detta pornografia mediatica del dolore, come denuncia Silvia Sanna, “cella numero quattro”. Che ha scritto “un libro collettivo, un diario intimo” dove “l’aspetto umano prevale sulla vertenza in corso”, in cui questa ex maestra (“ex a causa della riforma gemini”) prova a rispondere alla domanda: “Chi è Pietro Marongiu?”, l’”operaiaccio”, come definisce se stesso l’operaio Vinyls quando gli passano il microfono. “Sarebbe dovuto essere un libro dal taglio giornalistico”, spiega Sanna che ha vissuto, per tutto questo tempo, facendo la spola tra la sua casa, a Sassari, e la cella numero 4 all’Asinara, “ma sono troppo coinvolta: vivo sulla mia pelle quello che vivono tutti gli operai Vinyls”. E con loro, sottolinea, “tutti i lavoratori in crisi”. Autorecludersi per scelta, quindi, è per paradosso la “decisione più naturale che potessimo prendere: perché senza lavoro non c’è libertà”.

E che nelle case di questi operai, da troppo tempo, ci sia “un’assenza apparecchiata per cena”, un’attesa che vorrebbe avere la forza della speranza (nelle istituzioni, nell’azienda, in questo Paese), lo confermano le parole, sorridenti e piane, di Marongiu. Che della vertenza invece parla: la scelta di non fare azioni dimostrative “contro”, gli “impianti fermi”, “la paura di essere acquistati da un fondo estero”, dietro cui non si sa bene chi ci sia, “l’Eni che rema contro” (per funzionare, la Vinyls ha bisogno di etilene, prodotto a Porto Torres dalla Polimeri Europa dell’Eni: a quanto pare, il cane a sei zampe, per dedicarsi solo al ricco business della vendita di energia e carburanti, avrebbe come scopo – inconfessato – di sbarazzarsi della chimica, cercando in vari modi di portare la Vinyls alla crisi irreversibile). Eppure, racconta Pietro e confermerà Rossella Muroni, l’associazione ambientalista Legambiente, all’Asinara, ha portato gli ingegneri dell’Università di Cagliari: questi esperti hanno confermato che la Vinyls è un esempio di come l’industria chimica possa essere anche rispettosa dell’ambiente. In quello che Muroni definisce un “nuovo sviluppo industriale sostenibile”. E una promessa di futuro: se gliene sarà data la possibilità.

Ma la forza di questa esperienza particolarissima e coraggiosa, purtroppo ancora in corso all’Asinara, sta nell’aver tracciato perimetri nuovi a uno spazio che, oggi, è tutto da inventare. E che si sta assottigliando progressivamente per l’assenza di interlocutori, politici e sociali: uno spazio in cui i lavoratori, spesso senza rappresentanza, devono riuscire a tutelare da soli i loro diritti. A un lavoro, a una casa, a un reddito. Ma anche il diritto, sacrosanto e inviolabile, alla dignità di esseri umani. E la presentazione di un libro, come quello corale, scritto da Silvia Sanna, diventa il luogo per affrontare altre crisi, per dare diritto di asilo a istanze diverse. Come quelle delle lavoratrici Golden lady o di Eutelia. Anche loro alle prese con nuovi “linguaggi” di protesta. Così le donne che producevano, fino a ieri, i collant più famosi d’Italia, hanno organizzato un flash mob davvero insolito contro la decisione dell’azienda di trasferirsi in Serbia, pur non soffrendo alcuna crisi. Il video proiettato in sala, ha lasciato tutti i presenti, visibilmente scossi: le lavoratrici marciavano in divisa rossa, al passo, mentre una voce al megafono, le chiamava una per una, scandendo un terribile: “licenziata!”.

Dopo, è stata la volta di Alessandra, ex Eutelia, l’azienda di Information Technology che ha messo in mobilità migliaia di dipendenti, perché, nonostante commesse e clienti, non ha i soldi per pagare gli stipendi. Alessandra dice di “sentirsi fortunata” rispetto agli “amici sardi”: almeno loro avevano “acqua calda e riscaldamenti accesi” durante l’occupazione degli uffici nella capitale! E ha raccontato la storia del presidio della sede romana di Eutelia sulla via Tiburtina, di come fossero stati sorpresi, all’alba, da sedicenti poliziotti. Che in realtà erano vigilantes privati, “accompagnati” dal direttore in persona.

Poi, Claudia, della rete dei dottorandi precari, prova a tirare le somme, proponendo una traccia conclusiva: come fare per “unire tutte le vertenze”? come riuscire a rendere “unica” la lotta di tutti i lavoratori che vogliono vedere tutelato il proprio diritto a un lavoro, per cui hanno sostenuto – loro e le loro famiglie – tanti sacrifici, e su questi, costruito competenza e professionalità? Non basta, secondo Claudia, una giornata di sciopero generale, “occorre cercare e trovare una connessione”, sostiene. I dottorandi, queste figure invisibili che sostano dentro un limbo (dove restano per un tempo indefinito che rischia di rivelarsi infinito), hanno scelto un’azione dimostrativa, all’apertura dell’anno accademico: si sono calati con una fune, per denunciare che la ricerca è “appesa a un filo”.

A sentir parlare di lavoro queste persone che il lavoro o lo hanno perso o rischiano di perderlo molto presto, sembra proprio che dalla crisi (vera o presunta) loro abbiano già appreso la lezione fondamentale: la lotta dei lavoratori deve cercare nuove forme e linguaggi originali per trovare canali di comunicazione con il mondo. Non è solo forma. Non si tratta semplicemente di codici diversi: è sostanza. Che si fa voce, per rompere il silenzio di chi si scopre, all’improvviso, “senza diritti”.

mercoledì 17 novembre 2010

Opus gay


Quando ho iniziato a scrivere questo libro sul rapporto tra chiesa cattolica e omosessualità, mi sono sentita in difficoltà. Come giornalista, infatti, avevo già affrontato in passato la questione dei diritti civili e provato a indagare le ragioni della loro costante violazione. Questa volta, però, avrei dovuto interrogarmi e scegliere le parole giuste per raccontare due realtà che, in modo diverso, hanno sempre fatto parte della mia vita. Ma non c’erano parole giuste per descriverle. Solo espressioni limitate che, purtroppo, rischiavano di tradirle.
Da una parte la chiesa: ho studiato in una scuola cattolica per otto anni e sono stata, letteralmente, accompagnata nella mia formazione da un prete. Tutti i sabati, con i miei amici, leggevamo la parola e cercavamo di comprendere come farla entrare nelle nostre vite.
Dall’altra parte, le persone omosessuali. È davvero strano parlare di loro come se fossero una categoria a sé: ogni volta mi sembra di ridurli a un’etichetta. E di violarne la dignità di persone a tutto tondo.
Nella realtà funziona esattamente al contrario: incontri qualcuno, inizi a volergli bene e lui ti confida, tra le altre cose, anche le sue preferenze sessuali. Tu ne prendi atto, e vai avanti. Nella vita di tutti i giorni, semplicemente, fai esperienza dell’altro, senza incasellarlo o definirlo come si è costretti a fare nei libri. O nelle discussioni dottrinali.
Così è successo anche a me. E quando ho incontrato un mio caro, vecchio amico gay, mi sono lasciata guidare da lui nel suo mondo, mettendoci anche un po’ del mio.
Questa prima relazione ha messo alla prova quello in cui credevo, che professavo con molta sicurezza e altrettanta serenità. Non c’è stato alcun conflitto. Ma una sintesi di vita: i miei principi si sono addolciti e la verità delle singole persone si è fatta avanti. Con la conseguenza, inevitabile, che entrambi – valori e vissuto – si sono, in parte, relativizzati: una vera liberazione. Una conquista. Che credo abbia ispirato anche queste pagine: ogni capitolo è stato, in fondo, provocato proprio da un incontro. A volte, è una testimonianza, altre un’intervista, altre ancora uno spunto giornalistico, ma qui non ci sono tesi da dimostrare. Solo alcuni fatti che ho provato a raccontare, e la proposta di altrettanti percorsi di lettura.
Se dovessi, alla fine, suggerire ai lettori due chiavi con cui “aprire” il libro, queste sarebbero certamente la responsabilità e la libertà.
Credo, come Lévinas, che la responsabilità nasca (e possa nascere) solo dalla relazione con l’altro e non da un principio. «l’estraneo che non ho né concepito, né partorito, l’ho già in braccio»1, scriveva il filosofo francese. È l’etica della differenza. Che, se solo diventasse un bene comune – proprio come l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo e la terra che calpestiamo – avrebbe una portata rivoluzionaria sulle vite di tutti. E capovolgerebbe il nostro punto di vista di persone integrate, riconosciute, privilegiate, tutelate. Eterosessuali, anche.
La libertà è l’altra faccia della responsabilità. Non è affatto vero che la mia libertà inizia dove finisce quella altrui. Credo, al contrario, che cominci esattamente nel punto in cui parte la libertà dell’altro. Ed è capace di realizzarsi solo nel rapporto con lui.
Ecco, fino a quando esisteranno persone, gay, lesbiche, transessuali, che non saranno libere di vivere dignitosamente, di tutelare i propri diritti, di vedere riconosciute le proprie scelte, fino a quel momento, nessuno sarà realmente libero. E ne siamo responsabili tutti.