sabato 26 giugno 2010

Emergency: riapriremo l’ospedale a Lashkar-gah

L’integralismo di Emergency è soprattutto quello che ricorda al mondo, senza tanti giri di parole, distinguo e mediazioni, che “la guerra ha sempre (sempre) odore di sangue, merda e vomito”. È la stessa ragione per cui i suoi detrattori, tanti e quasi sempre politicamente orientati, parlano dell’organizzazione guidata da Gino Strada, con un pizzico di antipatia (a dirla tutta), quella riservata, in genere, a chi non ama cincischiare nel mucchio, a chi chiama le cose con il loro nome anche se questo è scomodo, suona male e ha l’odore acre di una perenne resistenza.

Così, siamo tutti abituati a sentire che “quelli di Emergency – per carità – fanno tante cose buone in giro per il mondo” ma “sono un vero partito”, una “banda di estremisti”, magari pacifici, ma sempre di estremisti si tratta. Poi, volti l’angolo e ti imbatti in tutta un’altra storia: quella del suo popolo, che non ha dubbi, nessuna incertezza sulle battaglie di Gino Strada, che sente insieme a lui e che lo porta – in pochi minuti – a mobilitarsi e a dire “Io sto con Emergency”.

Quel popolo, almeno la sua parte romana, era presente l’altra sera al teatro Golden, nel nome di 'No weapons' che, in definitiva, è il collante principale che lo tiene insieme, ma anche per ricostruire l’arresto (in assenza delle più elementari regole di legalità) dei tre operatori italiani: il chirurgo Marco Garatti, l’infermiere Matteo dell’Aira e il giovane tecnico Matteo Pagani, portati via - insieme ad altri componenti dello staff internazionale - da militari afgani e membri della coalizione internazionale, in seguito a un attacco al centro chirurgico di Lashkar-gah, in Afghanistan del Sud. Una trappola vera e propria, ma si saprà molti giorni dopo, tesa da quelle stesse autorità afgane che Emergency (e formalmente l’Italia) stanno aiutando da anni.

I due Matteo, sorridenti e sereni, rispondono alle domande del giornalista Rai, Riccardo Iacona (Marco Garatti è assente giustificato) di fronte a un teatro stracolmo: il racconto delle carceri conferma la “descrizione da incubo” che in genere circola delle prigioni afgane, un luogo in cui, la giustizia, la legalità e la tutela dei diritti, sono solo un’ipotesi lontana.
Celle piccole (due metri per due), sporche e vecchissime, luci a neon accese 24 ore su 24 e un interprete che non conosceva l’inglese e che, dunque, non poteva fare il proprio lavoro: ciascun operatore era tenuto in isolamento, sottoposto a ogni genere di pressione psicologica per fargli confessare una versione dei fatti del tutto incongrua (perché mai Emergency avrebbe voluto la morte del governatore di Helmand che il giorno prima era andata a trovare? perché custodire le armi che sarebbero dovute servire all’attentato, proprio in ospedale?) e che hanno conosciuto solo dopo 36 ore di detenzione: dal tampone salivare alla fotografia dell’iride, da fogli scritti in pashtun che dovevano firmare senza sapere il contenuto ai tentativi di metterli gli uni contro gli altri.

Alla fine, la liberazione e la verità: una trappola che Iacona tenta di ricostruire e che, nella trama intricatissima di questa vicenda, ha in sé un barlume di razionalità: da quando è iniziato il conflitto afgano, nove anni fa, Emergency denuncia che si tratta della maggiore operazione militare degli ultimi anni, che vede coinvolte le forze internazionali sotto il cappello della Nato, l’Isaf (International Security Assistance Force) e quelle americane, e che è costata l’annientamento della popolazione, “oramai stanca e traumatizzata dalle continue perdite”.

“Sono un infermiere”, spiega Matteo dell’Aira, “e il mio compito è quello di curare i feriti, siano essi talebani o combattenti (che non riesci, tra l’altro, neppure a distinguere), donne o bambini”: sono persone e non c’è distinzione tra loro”. Questo, continua Matteo, “a riprova della neutralità di Emergency a cui sono fiero di appartenere: ho una bambina e sono terrorizzato”, racconta, “alla sola idea che possa cadere dall’altalena”. “Ecco perché”, dice, “ogni volta che arriva in ospedale un bambino ustionato o vittima di una mina, penso ai suoi genitori, a quello che possono provare, alla paura quotidiana con cui sono costretti a vivere”.

Nei giorni dell’ultima offensiva Nato, quella di febbraio, Matteo ha curato un diario sulla rivista di Emergency: una sorta di nuova (e triste) antologia di Spoon River (che in parte ci racconta a voce), abitata dai tanti piccoli afgani feriti che giorno dopo giorno, lui e i suoi colleghi cercavano di curare. Sono annotati i loro arrivi, dolorosi ma pieni di speranza, ma anche la felicità di poterli vedere ripartire guariti, almeno alcuni di loro.

C’è Said che, col suo orsacchiotto di peluche sotto il braccio e un polmone perforato, all’ospedale ci arriva in elicottero. Akter è portato invece dal padre, molte ore dopo che un proiettile gli ha perforato la testa, da parte a parte. C’è Gulalay, 12 anni, che è stata colpita alla schiena mentre curava i pochi animali della famiglia: ora non riesce più a sorridere. E poi, Roqia, Fazel, Khudainazar e i due fratellini Sharifullah e Rahmat Bibi, tramortiti dalla paura e dalle ferite provocate dalle schegge di un ordigno che sembrava una palla: non si staccano mai l’uno dall’altro, quasi volessero consolarsi a vicenda.

Un diario per immagini che nella sala del teatro possiamo tutti visualizzare sui monitor: ecco l’ospedale, 70 posti letto, quattro corsie, due sale operatorie, un ambulatorio chirurgico, ma anche una sala giochi e una mensa. Il centro, che è un presidio chirurgico per le vittime di guerra e le mine antiuomo, accanto alla traumatologia, opera dal 2004: da gennaio a marzo 2010, ci sono stati 664 ricoveri (di cui, il 60 per cento per cause di guerra) e oltre un terzo dei pazienti è costituito da bambini che hanno meno di 14 anni. Il tutto ha un costo di gestione annuale pari a circa un milione e quattrocento mila euro.

L’ospedale di Lashkar-gah, dedicato a Tiziano Terzani, è chiuso dal giorno in cui è stato “violato”, in “quell’attacco armato a un luogo di pace”: l'unica struttura della zona, hanno sottolineato i medici cooperanti, “in grado di offrire cure altamente specializzate e gratuite alla popolazione civile” è oggi fuori uso. Ed ecco la notizia: Emergency è a lavoro per riaprire il centro entro luglio, e infatti Gino Strada sta per avviare una serie di colloqui, a vari livelli, con le autorità afgane: “naturalmente”, precisano i cooperanti, “la riapertura dell’ospedale dovrà avvenire alle condizioni di Emergency, che dovranno essere accettate da tutti e in nessun caso scenderemo a patti con le autorità”.

“La guerra”, chiosa Iacona, “seleziona e male la classe dirigente. E allora il problema che si pone è quello, più complesso, di ripensare politicamente la Nato e, dal momento che “lì dentro ci sono anche i nostri soldati, abbiamo il dovere di sollevare questo dibattito”.
Intanto si combatte. Il presidente Usa, proprio in queste ore, ha sostituito con il generale David Petraeus, uno degli uomini simbolo della guerra contro i talebani, il generale Stanley McCrystal, colpevole di avere criticato in un’intervista, la gestione del conflitto in Afghanistan della Casa Bianca. Obama avrebbe detto: “La guerra è più grande delle persone”.

E gli analisti ripetono: se la missione si ritirasse ora, sarebbe una vera catastrofe. Intanto, i cooperanti di Emergency fanno notare che “prima di essere infermieri, medici, volontari, siamo esseri umani, e se vediamo un bambino ferito, allora dobbiamo curarlo ma non possiamo non prendere una posizione: se non lo facessimo, saremmo loro complici”. La chiamano radicalità. Quella che spinge Gino Strada a citare Einstein che, nel lontano 1932, a una conferenza sul disarmo, disse: “La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire”. Quella che fa dire a Matteo, l’infermiere: “Di una cosa mi sono accorto: la cosa più semplice ma anche la più importante, in ospedale, è quella di sedersi e parlare: è tanto utopico”?
Emergency crede di no.

(26 giugno 2010)

domenica 20 giugno 2010

ai giovani del Popolo della Libertà sul Pride di Palermo

Risposta ai giovani del Popolo della Libertà in merito al Pride di Palermo del 19 giugno.

scritto mercoledì 16 giugno 2010 alle ore 16.15



Care e cari della "Giovane Italia" di Palermo, dissentire, manifestare idee e posizioni differenti è, sicuramente, lecito, legittimo ed un diritto da difendere in un Paese democratico, soprattutto se non vi è l'intento di reprimere e soffocare quelle che sono le idee ed il pensiero altrui.
Mi si permetta, tuttavia, di esprimere alcune considerazioni in merito alla vostra iniziativa ed al vostro comunicato contro il Pride Regionale di Palermo del prossimo 19 giugno.
Ciò che lascia molto perplessi, soprattutto considerando che tali tesi vengono espresse da un gruppo di giovani, non è tanto il vostro essere contrari ad una manifestazione, alla sua piattaforma politica e rivendicativa, al chi la organizza ed al come viene organizzata ma, piuttosto, le motivazioni di tale dissenso.
Voi scrivete di esibizionismo sessuale come elemento che contraddistingue questo tipo di manifestazione ma, probabilmente, a meno di non essere stati presenti ad altri Pride celebrati in precedenza nel resto d'Italia, descrivete qualcosa che non conoscete, se non per sentito dire e per le immagini che i media di casa nostra sono soliti mostrare quando ci raccontano un Pride. Sicuramente non parlate di una esperienza vissuta a Palermo, visto che quello del 19 giugno sarà il primo Pride che si terrà nella nostra città, quindi, se l'essenza di tale manifestazione sarà "un puro esibizionismo sessuale che infrangerà ogni elementare regola di buon senso", dovreste scriverlo il giorno 20 giugno, dopo avere visto con i vostri occhi cosa è stata quella manifestazione.
In realtà, se vi capiterà di passare per le vie del centro quel pomeriggio, ed io mi auguro che qualcuno di voi, anche solo per curiosità, lo faccia, resterete molto delusi nel vedere la quantità di persone "normali" ed abbigliate con "normalissimi" abiti civili da non riuscire a distinguere, almeno nell'aspetto, la differenza che passa tra "voi" e "loro".
Su una persona allegramente e vistosamente travestita con boa e piume di struzzo e vaporosa parrucca bionda ne vedrete altre cento più noiosamente e banalmente vestite (o travestite) con jeans e t-shirt. Questo avviene ed è così in tutti i Pride d'Italia e del mondo, basterebbe semplicemente andarci per rendersene conto.
Quanto al documento politico (io sono stato uno di coloro che ha contribuito a scriverlo, ed ammetto che si sarebbe potuto fare di molto meglio), non si inneggia ad alcunché ma più semplicemente e correttamente si chiedono diritti di cittadinanza, parità di trattamento come è giusto che sia per ogni cittadino, opportunità di vivere la propria esistenza con dignità, senza discriminazioni per il proprio orientamento sessuale o per la propria identità di genere, tutte richieste che passano per quelle leggi che dovrebbero applicare i principi espressi dalla nostra Costituzione ai suoi articoli 2 e 3 e che, immagino, anche a voi staranno a cuore.
Quanto ad una legge contro l'omofobia, termine quest'ultimo ambiguo ed abusato secondo il vostro punto di vista, per limitare la libertà di espressione sul tema dell'omosessualità, beh, francamente dovreste confrontarvi con chi è stato offeso, umiliato, aggredito, picchiato, talvolta anche ammazzato (con chi è stato ammazzato ormai è troppo tardi per un confronto) perché omosessuale o transessuale. Io sono uno di quelli, tra i più fortunati sicuramente, visto che vi sto scrivendo, e se per voi libertà di espressione significa anche legittimare atti di violenza nei confronti di liberi ed onesti cittadini, allora senza alcuna remore vi dico sì, che certa libertà di espressione deve essere assolutamente prevenuta, impedita e punita con una apposita legge. Che voi del Popolo delle Libertà, soprattutto voi giovani, non comprendete quanto pericolose siano certe affermazioni quando si parla di crimini d'odio come quelli omofobici e strumentalizzate la semplice richiesta di una legge che scoraggi tali crimini, non solo non vi fa onore ma anche vi fa essere sempre più distanti da quella cultura liberale (dovrebbe essere la vostra cultura) che nel resto d'Europa ha promosso ed approvato leggi contro l'omofobia e, contemporaneamente, ha esteso alle persone omosessuali diritti e garanzie come matrimoni, unioni civili, adozioni etc., etc. Infatti, le discriminazioni, che spero anche a voi facciano schifo, si abbattono e si superano solo se dinanzi alla legge non esistono cittadini con meno diritti ed opportunità di altri. E questa non è una mia personale convinzione ma è quello che la nostra Costituzione ci insegna.
Nessuna "rivoluzione omosessualista" è in atto, nessuna minaccia a chi ha idee, esperienze di vita e valori differenti. In nessun Paese europeo (tanti, quasi tutti), dove ci sono Pride e dove esistono leggi che tutelano le coppie dello stesso sesso, si sono verificati sovvertimenti sociali che hanno intaccato o distrutto la famiglia tradizionale di cui voi credete di essere i soli difensori e sostenitori. Se questa famiglia di cui tanto parlate, spesso a sproposito ed in maniera strumentale ed ideologica, per sopravvivere ha bisogno dell'infelicità altrui; se ha bisogno di negare diritti elementari ad altri; se ha bisogno di essere l'unica forma di famiglia ammissibile e da riconoscere, beh, onestamente non mi pare un bellissimo esempio di famiglia la vostra e che rappresenti l'idea di una società civile, democratica e pluralista. Sicuramente non è stata la mia famiglia, anche essa tradizionale, formata da un uomo ed una donna, che, fortunatamente, mi ha insegnato altri valori ed un altro modo di intendere il rispetto verso il prossimo.
Nel salutarvi, vi invito a fare un salto il 19 giugno al corteo del Pride, forse incontrerete conoscenti o amici, tante persone e tanti cittadini esattamente come voi ma che, semplicemente, hanno meno diritti di voi ed è per questo che manifestano.
Vincenzo.

mercoledì 9 giugno 2010

Lettera a Gesù sull’omofobia nella chiesa cattolica

Alla vigilia della Giornata internazionale contro l’omofobia, una chiesa (cattolica) canadese ha invitato Laurent McCutchéon, Presidente della Fondation Émergence e di Gai Écoute, a pronunciare l’omelia della domenica ai suoi fedeli.

giovedì 3 giugno 2010

Liberi di scegliere sulla propria morte. “Sia fatta la mia volontà”, una docufiction su funerali civili e testamento biologico


Cosa c’è di più democratico del corpo che muore? Ben poco: perché se “nel presente muore solo qualcuno, nel passato sono morti proprio tutti”, osserva icastico Ascanio Celestini in Sia fatta la mia volontà, la docufiction prodotta dall’associazione culturale Schegge di cotone e nata da un’idea di Emanuele Di Giacomo e Ottavia Leoni. Un’ora e venti minuti (rigorosamente no budget), diretti e interpretati da Paola Bordi, Elisa Capo e dalla stessa Leoni, per affrontare la questione “ingombrante” e dolorosa di cosa fare del corpo di chi muore. Un viaggio ironico e riflessivo intorno al tema della morte e ai suoi aspetti più pratici che parte dall’organizzazione di funerali laici – una vera corsa ad ostacoli – fino a toccare il tema più ampio del diritto alla libertà di scelta. Che riguarda, come spiegano gli autori, non soltanto la decisione di quale “rito scegliere” per l’estremo saluto, o a “quale destino” affidare il proprio corpo una volta finita la cerimonia, ma che investe anche “le delicate questioni del fine vita”.

La trama: una nonna chiede aiuto alle tre nipoti per pianificare il proprio funerale. La donna non vuole un rito normale (dove “normale”, in Italia, sta per religioso naturalmente) ma un funerale civile. Per soddisfare il desiderio della nonna, le tre donne iniziano prima a raccogliere informazioni in giro per l’Italia: dove si celebra un funerale civile? cosa si fa quando in una città non esiste una “sala del commiato”? c’è una ritualità consolidata per i funerali civili? esistono dei “cerimonieri laici”?

A queste domande, con la fiction che cede il posto al documentario vero e proprio, provano a rispondere esperti, personaggi noti e gente della strada. E le imbarazzanti telefonate a pompe funebri e cimiteri di mezza Italia rivelano non solo l’assoluta ignoranza circa la possibilità di celebrare funerali laici, ma proprio una difficoltà, innanzi tutto culturale, anche solo a concepire un’alternativa al rito religioso. Come a Catania, dove alla domanda se fosse possibile organizzare funerali civili, l’agenzia funebre risponde con un esilarante: “Se c’è una chiesa laica, bene, altrimenti non si può far nulla!”. Oppure a Bari, da dove le tre giovani si sono sentite ribattere: “Certo che è possibile: dipende dalla bara, se la volete di zinco oppure di legno”.

Insomma, nel 2010, organizzare un funerale civile in Italia è una missione (quasi) impossibile, soprattutto al Centro-Sud: nella maggior parte della città non esiste un luogo dignitoso, spesso, si tratta di sale mortuarie minuscole, altre volte, di luoghi di ripiego. E molte persone, quindi, non vedono altra alternativa a quella di recarsi in chiesa.
Certo, lo spazio è necessario ma spesso non è sufficiente. “Bisogna costruire una cultura funeraria che ancora non c’è”, spiega Carlo Giraudo nel documentario, cerimoniere al Tempio di Torino (il crematorio di fine Ottocento che ospita una bellissima sala del commiato), “questo significa” prosegue, “riuscire a tradurre un’esigenza di libertà in atti, riti, parole, silenzio, musica”. Insomma, in una liturgia laica.

Marina Sozzi è direttore scientifico della Fondazione Fabretti di Torino, centro di ricerca e documentazione sulla morte e il morire, nato nel 1999. È anche docente di Tanatologia Storica, alla Facoltà di lettere di Torino e si descrive così: “Mi definiscono una tanatologa - una che studia la morte - e si aspettano che io sia cupa e arcigna. Invece sono ottimista e sorridente. La morte e la vita sono strettamente intrecciate, che ci piaccia o no. Quindi io studio la vita”. La fondazione, spiega, “oltre a fare attività di ricerca, propone progetti di formazione professionale dedicati agli operatori sanitari che lavorano a contatto con il morire, impartisce corsi per gestire lo stress” e da due anni, “offre anche un servizio di supporto al lutto”: tramite la formazione di gruppi di auto-mutuo-aiuto sul lutto e l’apertura di uno sportello di ascolto rivolto a tutti i cittadini che vivono un’esperienza di perdita. Moltissimi dei quali, dice Sozzi, dopo aver celebrato le esequie religiose, scelgono di compiere anche il rito civile al Tempio: “Molti sono credenti e scelgono il doppio rito: perché non si sentono completamente accompagnati dal solo funerale religioso, come accadeva in passato”.

Pochi sanno che a disciplinare lo svolgimento dei funerali è un decreto presidenziale che risale al 1990 e che, tra le altre cose, delega ai comuni la stesura di un regolamento per la disciplina della materia sul proprio territorio. Molti municipi però, oltre a non istituire la sala per le onoranze, non contemplano neppure la possibilità di ricordare il defunto nel caso la funzione non preveda il rito religioso. Risale al 2003, secondo governo Berlusconi, un disegno di legge che intendeva disciplinare le attività in materia funeraria. Non fu mai trasformato in legge e da allora è calato il silenzio. La stessa richiesta, avanzata dall’associazione Uaar nel lontano 2001, di modificare la disciplina, inserendo l’obbligo di normare lo svolgimento dei funerali civili è sempre stata ignorata.

Nel documentario, attraverso i funerali laici, il racconto approda al tema più generale del diritto alla libertà di scelta.
“Essere liberi di scegliere sulla propria morte”, raccontano gli autori, “si traduce anche nel poter decidere su quali trattamenti sanitari rifiutare o accettare; poter esprimere chiaramente la propria volontà, oggi, per quando non si sarà più in grado di esprimerla direttamente; poter stabilire quando i trattamenti sanitari diventano così gravosi da non permettere più una condizione di vita dignitosa”.
A parlare è Ignazio Marino, a capo della Commissione parlamentare d'inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale: “Il Senato ha approvato una legge contro la liberà di scelta, che impone ai pazienti terapie che non vogliono”. Una legge che anche “i medici hanno giudicato negativamente e che porrà molti problemi di applicazione”, sottolinea.

“Abbiamo bisogno”, dice a un certo punto del filmato Ascanio Celestini, “che anche il morire come il vivere rientri nei parametri di civiltà”. E dopo di lui, chiede la stessa cosa Paolo Ravasin, presidente dell’associazione Luca Coscioni di Treviso, malato di Sclerosi laterale amiotrofica: che la sua “vita sia la migliore possibile oggi ma che “quando la malattia prenderà il sopravvento”, lo lascino andare. “Perché”, conclude Ravasin, “se mi tolgono anche quel poco di libertà che mi è rimasta, quella di poter decidere, non mi resta più nulla”.
“Sul testamento biologico”, commenta Annalisa Chirico, segretaria degli studenti dell’associazione Coscioni, “noi Radicali abbiamo condotto una battaglia solitaria (“dov’era il Pd dei dibattiti e dei convegni mentre noi facevamo tutto questo?”) sull’istituzione del registro dei testamenti biologici, per dare ai cittadini la possibilità di autenticare la propria volontà, senza bisogno di ricorrere al notaio”. L’associazione ha anche messo a punto il così detto “soccorso civile”, un servizio di consulenza e assistenza legale sui testamenti biologici.

Ecco, al centro di questo viaggio c’è, in fondo, il grande tema della laicità dello Stato. E come dice la “nonna” protagonista della storia, che nella vita si chiama Cesara Pagani e fa la volontaria al Tribunale per i diritti del malato di Roma, “è vero che la vita è sacra ma è tale solo quando è realmente partecipata”. Lei, intanto, si è “scaricata” da Internet i moduli per il proprio testamento biologico. Perché, come dice Ascanio Celestini: “Io non sono contrario all’esistenza di Dio, anzi! Se esiste, quando arrivo all’al di là, sarà davvero una bella sorpresa!”.